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Pirlo: “Non punterei un centesimo sul mio futuro da allenatore”

Pirlo Juventus
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Perlo nella sua autobiografia aggiungePirlo, l’autobiografia lo smachera. Quando disse: “Fare l’allenatore non mi entusiasma”

Quando Andrea Pirlo disse nella sua autobiografia: “Non punterei nemmeno un centesimo sul mio futuro da allenatore”. Sembra paradossale ma è tutto vero, non ci stiamo inventando niente. Però è assurdo che questa chicca esca fuori solamente adesso. Eppure, senza voler ingenerare alcuna offesa, l’Italia è la patria dei “giornalisti avvoltoi” (beninteso, sono i migliori), quelli che per una notizia, che dico… per un’indiscrezione, sarebbero capaci di barattare il sangue. Le malelingue direbbero che questo è il chiaro segno di una Juventus protetta dalla stampa amica”.  Sarà il segreto di Pulcinella o la più sfacciata delle illazioni? Chissà. Il dubbio è una divinità discreta (e come tale va venerata), scriveva il compianto Luciano De Crescenzo.

Come dargli torto? Giusto per chiudere la parentesi bellavistiana, noi che dubitiamo siamo delle brave persone. Il punto però è un altro: qui siamo di fronte a un’evidenza lapalissiana. Da che mondo è mondo, queste biografie – la cui dignità letteraria è spesso impalpabile (il libro di Pirlo lo ha scritto Alessandro Alciato che, non ce ne voglia, non è un novello Celiné) – esistono per una sola ragione: far emergere gli scandali, i retroscena e i tradimenti più efferati. Il lato umano e le piccole meschinità degli sportivi. E’ dunque assai curioso che il serafico Pirlo ammetta di essere allergico alla panchina e che questo succulento particolare sfugga ai giornalisti sportivi italiani. L’autobiografia di Pirlo “Penso quindi gioco” è stata pubblicato dalla Mondadori. Non è sottobosco letterario e si presume che si  stato letto dai professionisti che si occupano quotidianamente di calcio.

Pirlo L’autobiografia “Penso quindi gioco” (Mondadori) apag. 9: “Rivoglio indietro la mia vita privata, non punto un centesimo sul mio futuro da allenatore”

Riportiamo un estratto di pagina 9 dell’autobiografia di Pirlo:

“Non punterei nemmeno un centesimo su un mio futuro da allenatore. È un lavoro che non mi entusiasma, prevede troppi pensieri e uno stile di vita esageratamente simile a quello dei calciatori. Ho già dato. Rivoglio indietro, almeno in parte, una parvenza di vita privata. Di Conte ne esiste uno solo e va bene così. Anche se Lippi, quando si incazzava, non era poi così dissimile.

In Germania siamo diventati campioni del Mondo grazie al gruppo, di cui però a un certo punto il commissario tecnico pensava, questo: “Siete delle merde, mi fate schifo”. Prima degli ottavi di finale contro l’Australia, la partita che abbiamo vinto con un rigore (inesistente) di Totti, ci ha chiamati tutti in una saletta riunioni, in ritiro, e ci ha fatto un culo così: “Parlate troppo con i giornalisti, siete delle spie, non riuscite a tenervi neppure un segreto, sanno sempre la formazione in tempo reale. Ma dove volete andare? Non posso neanche fidarmi di voi”.

Pirlo nella sua autobiografia aggiunge: “Non ci lasciava fiatare, il suo era un monologo. Con la faccia deformata dalla rabbia. La vena del collo al limite della deflagrazione, non riusciva a contenersi. Gli avevano manomesso i freni. “Andate affanculo, con voi non voglio aver più nulla a che fare. Gruppo di stronzi. Stronzi e spie”.

Il tutto è durato cinque minuti e alla fine, con la coda dell’occhio, molti di noi hanno controllato la reazione di Pippo Inzaghi. Lippi è il portatore sano di un’emozione che nessuno potrà mai strapparci di dosso, ma anche, per quanto mi riguarda, di un pensiero che a volte mi toglie un pizzico di serenità.

Quando lo incontro, mi viene in mente questo: se fosse rimasto ad allenare l’Inter, probabilmente sarei diventato una bandiera di quella squadra. Un Beppe Bergomi con meno baffi, un Esteban Cambiasso con più capelli. La mia carriera avrebbe preso una direzione ben precisa. Con lui in panchina sarei rimasto a vita in quel club, di cui ero tifoso da bambino. Un ultrà con il ciuccio”.

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