Mertens: “Mio figlio si chiama Ciro per amore di Napoli. Osimhen oggi è nella top 3 mondiale”
Dries Mertens, leggenda del Napoli e miglior marcatore della storia azzurra, ha raccontato la sua esperienza partenopea e il suo presente in Turchia ai microfoni dell’Obi One Podcast, condotto da Obi Mikel.
Uno dei passaggi più toccanti riguarda la scelta del nome del figlio: «Mio figlio si chiama Ciro, un nome tipicamente napoletano. Ho trascorso nove anni splendidi a Napoli e lui è nato durante la mia ultima stagione. Sapendo che presto sarei andato via, volevo portarmi per sempre un pezzo di quella città. All’inizio mia moglie Kat era contraria, ma poi ha cambiato idea anche lei: volevamo custodire per sempre quel ricordo».
Oggi Mertens gioca al Galatasaray, ma il suo cuore è rimasto in Italia: «Il Galatasaray è un club conosciuto in tutto il mondo. A Napoli, però, il calcio è una religione. Per capire davvero quanto conta bisogna conoscere la loro storia: Maradona ha portato il primo Scudetto in una città del Sud, quando sembrava impossibile competere con il Nord».
Con ironia, Mertens ha ricordato il successo azzurro subito dopo il suo addio: «Ho lasciato Napoli e l’anno dopo hanno vinto lo Scudetto… grazie per avermelo ricordato! Ma anche noi abbiamo fatto bellissime cose, come il nostro percorso in Champions. La vittoria con Spalletti è stata il coronamento, con Osimhen e Kvaratskhelia protagonisti».
Riguardo al suo record di miglior marcatore nella storia del Napoli, Mertens ha rivissuto così quei momenti: «Quando arrivai, partivo spesso dalla panchina. Poi Sarri, dopo l’infortunio di Milik e l’addio di Higuain, mi disse: “Adesso giochi da attaccante”. Da lì 35 gol in una stagione. Non me lo sarei mai aspettato».
Su Sarri parole di grande stima: «Il suo gioco era spettacolare, il famoso ‘Sarri-ball’. Tornavi indietro, risalivi il campo e sembrava che il pallone ti cercasse da solo per farti segnare».
La squadra più ostica affrontata? Nessun dubbio per Mertens: «La Juventus. Avevano esperienza, cattiveria e qualità. Anche con i nostri record di punti, alla fine vincevano loro. Arrivammo a 91 punti ma non bastò».
Infine, una riflessione personale: «Il mio gol più bello? Il cucchiaio contro il Torino, indimenticabile. Osimhen? È nella top 3 degli attaccanti mondiali: apre spazi, aiuta i compagni. Gli voglio bene. Anche a Istanbul siamo vicini e i nostri figli sono amici. Per lui qui c’è meno pressione, forse è meglio così».
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