Lo sapevi che la voce di Napoli era il pianino e la copiella?
la voce di Napoli. La voce del popolo Napoletano per anni è stata il Pianino e la copiella. Uno strumento a manovella e testi scritti su un foglio di carta.
la voce di Napoli. La voce del popolo Napoletano per anni è stata il Pianino e la copiella. Uno strumento a manovella e i testi scritti su un foglio di carta.
Luciano De Crescenzo ci racconta cos’è la voce di Napoli e del Pianino uno strumento che girava nei vicoli partenopei:
Ma voi, la voce di Napoli, l’avete mai sentita? Anzi, forse, a voler essere precisi, dovrei chiedervi se l’avete mai ascoltata, perché il sentire è prerogativa di tutti, ascoltare, invece, è tutta un’altra cosa.
Ebbene, non pensate di riuscire ad ascoltarla in via dei Mille o in via Petrarca , e non perché non siano strade degne di nota, sia chiaro.
No, la voce di Napoli la trovate nei vicoletti, nelle stradine del centro storico, che racchiudono la vera anima della città .
La voce del popolo Napoletano
È dai balconi così vicini, quasi un ponte invisibile tra una casa e l’altra , che si diffonde il suono confuso delle voci degli abitanti del quartiere. E’ la voce del popolo napoletano :
Potreste imbattervi in Nannina, la vecchietta del secondo piano, che combatte la solitudine chiacchierando con la dirimpettaia, o in Gerardo, il macellaio, che grida: “Cuncettì, acala ’o panaaaaar’” ché la spesa è pronta .
E se credete che abbia utilizzato troppe “a” siete fuori strada, perché quella di Napoli è una voce che si trascina, che sembra quasi sospesa, ma la sua altro non è che un’eco d’amore.
Eccola la voce della Napoli di oggi , non così diversa poi da quella dell’Ottocento, che prendeva forma dalle grida del vaccaio, che andava di quartiere in quartiere per vendere il latte, o dal suono diffuso dal pianino , un piccolo organetto portatile a cilindro , inventato nel Settecento dal modenese Giovanni Barberi .
Il pianino funzionava grazie a un ingranaggio a manovella : al suo interno c’era un cilindro ricoperto di punte metalliche sparse apparentemente a casaccio. Quando il cilindro ruotava, la pressione delle punte su delle piccole leve determinava il movimento delle corde e la riproduzione del suono desiderato. Veniva posizionato su dei carretti , spesso trainati da ciucciarielli , che attraversavano i vicoli e le strade della città.
Era bellissimo , impreziosito da decorazioni e dipinti che richiamavano le più belle vedute di Napoli, Vesuvio compreso, e tappezzato di copielle svolazzanti , anch’esse illustrate dai migliori artisti della città.
All’epoca non esistevano la radio e la televisione, e quando arrivava il pianino tutte le attività si interrompevano: i negozianti lasciavano incustodite le botteghe, i bambini scendevano in strada, le ragazze circondavano il carretto per accaparrarsi la copiella della canzone che le emozionava, e che in alcuni casi era utilizzata come messaggio d’amore .
Non pensate, però, che la vita del suonatore di pianino fosse priva di rischi.
A quanto pare, il 3 maggio 1938, Carluccio “’O Calamaio”, che era solito bazzicare tra le strade del rione Ponti Rossi, decise di inserire nel suo pianino l’Inno di Garibaldi.
Va’ fuori d’Italia, va’ fuori ch’è l’ora!
Va’ fuori d’Italia, va’ fuori o stranier!
Un azzardo che pagò caro e amaro. Proprio quel giorno Hitler era in visita a Napoli, pertanto Carluccio fu arrestato con l’accusa di antinazismo.
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