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A Napoli ci fu una regina amata come Maradona. Ecco la sua storia

Maria Amalia di Sassonia moglie di Carlo di Borbone fu amata in modo esagerato e privo di limiti dal popolo napoletano.

Maria Amalia Walburga di Sassonia (1724-1760) andò sposa a Carlo di Borbone a soli quattordici anni.

Donna di grande umanità e fuori dagli schemi, preferì i napoletani  ai cortigiani spagnoli e ne pagò, forse, il prezzo con la vita. Il popolo ebbe per lei un amore che le dimostrava sempre in modo plateale.

Raffaele Iovine sulle pagine del corriere del Mezzogiorno ha pubblicato un ritratto di Maria Amalia di Sassonia. Forti le analogie con il contemporaneo Maradona. Ecco la storia dell’altra straniera amata dai napoletani.

LA REGINA “MARADONA”

L’idea che il popolo napoletano possa amare visceralmente anche lo “straniero” quando è dalla sua parte ha radici antiche. Non è solo questione calcistica, come può apparire in questi giorni di lutto per Maradona.

Un esempio viene dal Settecento e da Maria Amalia Walburga di Sassonia, persona di grande umanità e fuori dagli schemi. Fumava sigari cubani, disprezzava gli intrighi di corte e si sentiva profondamente napoletana.  La regina preferì i napoletani ai cortigiani spagnoli e ne pagò, forse, il prezzo con la vita.

LA MOGLIE BAMBINA DI CARLO DI BORBONE

La vicenda di Maria Amalia di Sassonia è ancora poco nota giacché non riguarda cronache mondane o di corte. Investe il rapporto tra il popolo e il potere. Andò in sposa al re Carlo di Borbone ancora bambina nel 1738. Allora,  la capitale del sud era abitata da migliaia di provinciali insofferenti al giogo feudale. Estremamente reattivi contro le ingiustizie e le prevaricazioni che erano state quasi continue nel corso dei secoli.

Dal canto loro gli spagnoli, durante due secoli di Viceregno, per controllare le insofferenze popolari senza eccessivi dispendi militari, avevano instaurato una sorta di dialettica interna, facendo sì che i benestanti e i redditieri comprassero in contanti le cariche pubbliche e persino quelle fiscali, potendo, di conseguenza, esercitare tutti i poteri interni e disciplinari, tranne quelli militari e gli internazionali.

Una precisa strategia per fare in modo che il popolo fosse portato ad individuare la causa delle sue difficoltà come proveniente dal seno stesso della comunità, e non dagli “stranieri”. Ma, a lungo termine, le conseguenze di quella politica furono disastrose.

NAPOLI DA SEMPRE CONTRO IL POTERE

Se nell’intero Occidente, la civiltà moderna si era sviluppata soltanto dove era nata una forte coesione tra i ceti, ossia dove si era formata una solida sintesi tra la società e lo Stato, a Napoli accadde l’opposto: la comunità fu (già da allora) sempre contro i poteri pubblici. In questo ambiente arrivò una Maria Amalia di Sassonia non ancora quattordicenne, dopo essersi duramente sposata, per speciale dispensa di Clemente XII, con il re Carlo, appena ventiduenne. Egli non l’aveva neanche conosciuta di persona ma l’amò subito e sempre intensamente, per tutta la vita, durante altri cinquant’anni, pur avendola perduta dopo poco più di due decenni.

LA REGINA VICINA AGLI ULTIMI

La reginetta aveva un’indole indipendente, essendo nata e vissuta a Dresda, città nota in Germania per la sua cultura pacifica, socialmente aperta, e fondamentale fu per lei l’incontro con Bernardo Tanucci, dal 1734 Segretario alla Giustizia e legislatore, feroce critico delle corti, con idee precise su come il potere regio dovesse essere esercitato

Idee “sociali” che influenzarono la giovane sovrana, tanto che si dedicò intensamente a sostenere le persone più abbiette e più umili. Vent’anni di vita a Napoli la resero totalmente napoletana, anzi faziosamente tale, e fu altrettanto esagerato e privo di limiti l’amore che il popolo ebbe per lei, e che le mani festava sempre in modo plateale.

Sei anni dopo il suo arrivo, Napoli rimase troppo presto priva della sua tutela materna. Maria Amalia di Sassonia si trasferì a Madrid al seguito di Carlo di Borbone, che venne incoronato re di Spagna.

LA STRANA MORTE DI MARIA AMALIA DI SASSONIA

Lei non si era assuefatta a vivere lontana da Napoli, la sua città di adozione e sempre, in modo pubblico e insistente, ne fece le lodi, ponendola a confronto con le condizioni spagnole, che criticò duramente. Usò spesso toni eccessivi. Intendeva vendicarsi degli opposti giudizi dei suoi cortigiani spagnoli che aveva dovuto contrastare a Napoli.

Colpita in Spagna da una malattia non grave, fu curata con un medicamento allora poco sperimentato, i cui milligrammi, se non rigorosamente ben calcolati, sarebbero stati letali. Fu involontario l’errore della dose?

Non lo sapremo mai. Morì a trentacinque anni. Ciò che conta di quella breve storia è che il popolo napoletano, durante tanti secoli «abbandonato» alla feroce logica del dominio sia esterno sia interno, in quei due decenni dimostrò in modo incontrovertibile che sarebbe bastato poco non per trasformare una comunità di diavoli in un paradiso di angeli, ma per cambiarne la storia e renderla non più «dolente» , ma felice.

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