Serra commuove tutti: “Napoli è Napoli…è un’altra cosa”
Stupende parole del giornalista
Sta diventando un post virale il post di Michele Serra sulla vittoria Scudetto del Napoli: per lui è un’altra cosa
Michele Serra commuove tutti i tifosi del Napoli con un post che sta spopolando sui social. Il giornalista tra i migliori in Italia, che ci tiene a precisare che è nato a Roma, vive a Milano ed è tifoso interista, esprime parole emozionanti per Napoli, dichiarando: ‘Italia è l’Italia e Napoli è Napoli…è un’altra cosa”.
Di Napoli non bisognerebbe mai parlare, perché come si parla di Napoli , si inciampa in un luogo comune. E si sprofonda nella retorica, che è peggio delle sabbie mobili. Ci sono due o tre pezzi di bravura di Massimo Troisi, a proposito dei luoghi comuni su Napoli. ‘O sole, ‘o mare, le canzoni, la pizza… Tutti che cantano… la chitarra e il mandolino… E poi naturalmente o’presepe… Maradona che è megli’e Pelé… e il teatro, quando si parla di teatro bisogna sempre ricordarsi di dire che i napoletani sono bravissimi a farlo perché tutta Napoli è già un grande teatro”.
“E stavo dimenticando la camorra, che è diventata una fiction seriale e un successo mondiale, e tutto il mondo ce la invidia – non la camorra, la fiction. Anche se francamente un poco ci rintrona, con tutti quegli spari. È un po’ ripetitivo, come genere… Un luogo comune anche quello. E insomma io non lo volevo proprio fare, il mio discorsetto sullo scudetto del Napoli. Poi però mi sono fatto una domanda. Io con Napoli non c’entro niente. Sono nato a Roma e sono cresciuto a Milano. Sono interista dalla seconda elementare, dai tempi di Sarti-Burgnich-Facchetti e di Helenio Herrera. Quando parlo di calcio, inesorabile, dopo un po’ mi viene fuori l’accento milanese, la cadenza della mia infanzia”.
“Perché allora sono così contento dello scudetto al Napoli? Perché mi sono entusiasmato per i gol di Osimhen e di Kvaratskhelia? Che me ne importa, degli scudetti degli altri? Di che mi impiccio? La risposta è semplice: lo scudetto del Napoli non è solo dei napoletani. È una cosa che arriva un po’ a tutti, inevitabilmente, perché Napoli, nell’immaginazione di chiunque, anche di chi non c’è mai stato, è una città-mondo. Una specie di condensato della vita. Esprime il caos, la fatica, la dannazione, la volgarità, le tenebre del suo sottosuolo cavo e della sua orrenda malavita, e al tempo stesso incarna il talento, il sogno, l’arte, il miracolo. È come se non ci fossero le virtù mediane, a Napoli. O il lutto o il trionfo, o la caduta o il colpo di genio. O la morte o la vita”.
“Ovviamente, come dicono in molti, lo scudetto di Spalletti e di De Laurentis, di quella squadra così bella da vedere, è prima di tutto il frutto di un grande lavoro. E dunque sì, esistono le virtù mediane, a Napoli. Perché a costruire le vittorie non sono mai i miracoli, le grazie ricevute, non basta inginocchiarsi e affidarsi ai santi. Né a Napoli, né altrove. La sola forma di ribellione che può avere successo è la tenacia umana, la forza delle persone. Non segna San Gennaro, segnano Osimhen e Kvaratskhelia, segna l’intelligenza di chi li ha acquistati con un decimo dei soldi che servono, oggi, a chi vuole comperarli”.
“E però, una volta che hai detto che la strada per la vittoria è uguale ovunque, che servono molta pazienza e molto lavoro, non hai detto ancora niente su cosa significa quando la vittoria arriva proprio a Napoli. In altri posti si vince quasi per abitudine. Fa parte del bilancio aziendale. Fa parte di un agio, di una sicurezza già conquistati da qualche generazione. A Napoli la vittoria è ancora un rovesciamento della sorte, un colpo di teatro. È una specie di colpo inflitto alla morte. Molto più che una vittoria, è una rivoluzione contro la sconfitta. È scoprire che la vita è così forte che niente può piegarla”.
“Quanto ai miracoli non ci credo proprio, non credo in Dio, figuratevi se credo in San Gennaro. E però Maradona è esistito per davvero. L’ho anche toccato, nell’86 ai Mondiali del Messico. Ma per definire il suo gioco si era costretti a ricorrere a categorie sovrumane. E quando Napoli lo ha fatto santo, non c’era proprio nulla da ridire. Non c’era niente di religioso e neppure di blasfemo. È stata semplicemente, a furor di popolo, la decisione di renderlo eterno. Napoletano per tutti i secoli a venire. Quando Maradona è morto, a Napoli avevano già provveduto a dargli vita eterna. La morte è arrivata troppo tardi per cancellarlo. E difatti, è ancora lì che vive. Lo ha fatto capire Luciano Spalletti, che crede nel lavoro, ma forse, un poco, anche nei miracoli”.
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