Com’era la vita degli schiavi nell’antica Pompei.

La vita degli schiavi nell’antica Pompei. Il servus aveva  un collare e una Taghetta come i Cani.  Venivano venduti con un cartello al collo c’era chi ne riusciva compare uno, altri invece migliaia.

DI Giulio Talini giornalista Focus -Francesco Pollasto

Gli schiavi costituivano un sesto della popolazione dell’Impero romano. Ed erano essenziali per l’economia. Ma la loro esistenza era un inferno.

La vita degli schiavi nell’antica Pompei

Nell’antica Pompei, una casa, un orto e uno schiavo li possedeva persino il più modesto tra i contadini. Parola di Virgilio. In effetti, a prescindere dallo status sociale, quasi tutti avevano almeno un servus, proprio come oggi quasi tutti hanno uno smartphone, un computer e una tivù. Giusto per farsi un’idea, gli schiavi rappresentavano più di un terzo della popolazione dell’Urbe e circa un sesto di quella dell’impero.

Ma come era la vita degli schiavi nell’antica Pompei?  e qual era la loro effettiva importanza? Per capirlo bisogna immergersi nella quotidianità dell’antica Roma.

Gli schiavi o Servus

Cominciamo dall’inizio: come si diventava schiavi? La via più comune era finire prigionieri di guerra dei bellicosi Romani. Così capitò nel 146 a.C. a 50mila Cartaginesi sconfitti e ad altre tanti Daci dopo le campagne di Traiano (98-117 d.C.).

Anche i cittadini romani però potevano perdere la libertà. Era questa la sfortunata sorte di chi non pagava i debiti, dei figli venduti da famiglie che non riuscivano a tirare avanti, dei poveri diavoli che non erano in grado di far fronte a una pena pecuniaria, dei peggiori delinquenti.

In certi casi poi la schiavitù si “ereditava”, visto che se si nasceva in una domus damadre schiava se ne acquisiva la condizione. A volte però, per quanto assurdo possa sembrare, finire al servizio di un padrone era il male minore.

È quel che accadeva, per esempio ai neonati abbandonati nei boschi da donne che non potevano occuparsene: se venivano ritrovati erano venduti come schiavi.

Il servus aveva  un collare e una Taghetta

distinguere uno schiavo dai liberi era il più delle volte impossibile, il servus aveva un collare e una targhetta che il padrone gli aveva debitamente messo al collo, simile a quelle che oggi portano i cani, con su scritte frasi come: “Sono fuggito, se mi  riporterai dal mio padrone, riceverai un solido”.

La vita degli schiavi nell'antica Pompei

Quanto costava uno schiavo a Pompei?

Per i  pompeiani come per i Romani la schiavitù era un fatto normale. Si trattava di una cosa tanto comune che bastava fare un giro per le strade per imbattersi in una svendita di schiavi.

Di solito venivano piazzati su un palco girevole, perché si potessero toccare e guardare da vicino.

Per facilitare l’acquirente, tutto risultava da un cartello appeso al collo, il titulus.

I prezzi per uno schiavo si aggiravano intorno ai 2.000 sesterzi (12mila euro, più o meno il prezzo di un’utilitaria), ma per quelli istruiti o di talento i commercianti, detti comunemente mangones, arrivavano a chiederne perfino 100.000 o addirittura 300.000 (l’equivalente di 600.000- 1.800.000 euro).

Ovviamente c’era chi nell’arco di una vita riusciva a comprarsene a malapena uno e chi, come i ricchi patrizi, centinaia o addirittura migliaia: erano lo status symbol del potere re case da sogno o per fare sfoggio di ricchezza, arrivava a possederne anche 4mila, in barba alla miseria.

Alcuni schiavi preferivano la morte

Se lo schiavo acquistato era fortunato finiva in città, altrimenti gli toccava passare il resto della vita in campagna. Il che significava dover sgobbare nei campi tutti i giorni dell’anno dall’alba al tramonto, sotto il caldo rovente così come al gelo. Il cibo era pochissimo, si dormiva per terra o al massimo sulla paglia e si lavorava anche in caso di malattia. Non era concessa nessuna pausa dal lavoro, anzi: al minimo sgarro il villicus (fattore) non esitava ad assestare una scarica di bastonate.

Agli indisciplinati cronici spettava invece l’ergastulum, una sorta di prigione privata di campagna i cui “ospiti” dovevano svolgere quei lavori che di solito erano riservati alle bestie. Vista la crudeltà con cui erano trattati gli schiavi rurali, c’era poco da stupirsi delle feroci rivolte che si verificarono tra II e I secolo a.C.

Tuttavia c’era ancora di peggio: finire in miniera. Là dove c’erano oro e argento, migliaia di schiavi scavavano nei cunicoli giorno e notte, in condizioni disumane, senza pause e senza alcuna speranza di essere un giorno liberi. C’era chi preferiva la morte.

 

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