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La rivalità tra Napoli e Palermo. Due capitali per il regno del Sud

La rivalità tra Napoli e Palermo. Per secoli si sono alternate come poli del potere in Meridione. Anche per questo Napoli e Palermo sono “eterne rivali” della Storia, fra spinte centraliste e indipendentismo.

Di: Achille Prudenzi giornalista rivista Focus

La rivalità tra Napoli e Palermo: Due capitali per un regno.

La rivalità tra Napoli e Palermo “ S imm’ tutte purtualle”, cioè “siamo tutti arance di Palermo”. Tra i gentiluomini napoletani dell’Ottocento era un modo per sfottere l’atteggiamento del parvenu, che si dava un tono vantando conoscenze altolocate. A simili lazzi la città siciliana e l’intera isola replicavano con invettive salaci come quella che magnificava l’imponenza del Mungibeddu (l’Etna), deridendo in parallelo le pretese del “monticello” (il Vesuvio), “che stu gran munti vulissi assuggittatu” (“che voleva sottomettere questo gran monte”).

Dietro alla metafora della gara tra vulcani c’è la sintesi di un antagonismo politico che ha attraversato i secoli: quello tra Meridione continentale e insulare, e nello specifico tra Napoli e Palermo. Fascino esotico. Due capitali per un dominio conteso e ricco di storia e tradizioni: il Regno di Sicilia, nato nel 1130 per volere del normanno Ruggero d’Altavilla (1130). Da allora e fino all’età moderna, le città vissero una rivalità continua: e alla crescente potenza di Napoli, Palermo contrappose sempre i suoi diritti di primogenitura di sede regale.

Un primato istituzionale che non deve stupire: la Sicilia del XII secolo era infatti terra di mare e commerci, con un’agricoltura fiorente e molte basi nel Mediterraneo. Il viaggiatore e poeta arabo-andaluso Ibn Gubayr (1145-1217) descrisse Palermo come “città antica, elegante e splendida, dall’aspetto aggraziante”. Che ne parlasse un arabo non deve stupire: dall’827 la città era stata sede di un emirato musulmano con una moschea che ospitava fino a 7mila persone. Tra le coltivazioni importate in Sicilia in quel periodo, la canna da zucchero, ancestrale progenitrice di una lunga tradizione culinaria di cassate, gelati e sorbetti.

Fu il conte Ruggero II, detto il Normanno, a scendere dalla Francia e scalzare gli Arabi, su richiesta del papato. Scelse Palermo come capitale cosmopolita di quel primo Regno di Sicilia, mentre Napoli rimase sede di arcidiocesi e principale porto commerciale. Il tutto nell’orbita del papato, che considerava la Sicilia un proprio feudo da concedere a un re-vassallo, naturalmente cattolico: così, da normanna divenne sveva, poi svevo-normanna.

Fu Federico II, figlio di Costanza di Altavilla e nipote dell’imperatore Federico Barbarossa, a ingrandire il Regno di Sicilia rivendicandone l’autonomia dalla Chiesa. Federico II parlava l’arabo, il greco, il provenzale, il latino e favorì i poeti in lingua volgare siciliana. Con lui il palazzo reale di Palermo divenne un centro di vita mondana ed arte, e la città un crocevia di culture.

Quando ereditò l’impero, Federico, si impegnò con il papa di turno, Innocenzo III, a mantenere l’autonomia del Regno di Sicilia, affidandolo al figlio Enrico. Mentì: La prima capitale del Sud, ormai periferia dell’impero, cominciò a perdere importanza. Nel 1231, con le “costituzioni” (una serie di leggi scritte) concesse a Melfi, che regolavano l’apparato burocratico-amministrativo dell’Italia Meridionale, Palermo fu declassata a provincia, mentre Foggia divenne una delle capitali del regno per la posizione strategica.

Altra diminuzione, stavolta alla sua centralità culturale, arrivò a Palermo dalla fondazione a Napoli di una grande università del regno, la seconda in Italia dopo Bologna ma la prima a carattere pubblico.

Palermo rimase nel cuore di Federico II, che volle essere sepolto nella cattedrale della sua prima capitale, ma Napoli aveva ormai lanciato la sua sfida. Verso nord.

Due capitali per il regno del Sud

Dopo la morte dello Stupor Mundi (Federico) il papato, che continuava a considerare la Sicilia un suo possedimento feudale, si affidò a una diversa casata per difendere i propri interessi meridionali: i D’Angiò francesi. Papa Clemente IV incoronò re di Sicilia Carlo I d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, e il nuovo re arrivò a Palermo dopo aver sconfitto lo svevo Manfredi a Benevento (1266). Corradino, l’ultimo pretendente degli svevonormanni, finì decapitato in piazza Mercato, a Napoli: era questa infatti la città che gli Angioini avevano scelto come capitale.

Governata da questi ultimi, Napoli surclassò definitivamente Palermo. La popolazione esplose e la città divenne una metropoli europea. Ai primi del ’300 contava 35mila abitanti, che crebbero fino a 50mila nei due secoli successivi. Boccaccio, Giotto, Petrarca ne fecero la loro destinazione. La città rimase l’indiscussa capitale anche con la nuova dinastia, gli Aragonesi: era il 1442 e i semi del Rinascimento germogliavano nel Mezzogiorno. Alfonso, detto il Magnanimo, fece di Napoli la “Firenze del Sud”.

Autonomismi. Però la suddivisione dei due domini (con le rispettive capitali) continuava. E tale sarebbe rimasta, se si esclude una parentesi con Alfonso d’Aragona, fino all’avvento dei Borbone.

Nel 1816, sulla scia della Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna, un sovrano di questa dinastia unificò i possedimenti: per i sudditi napoletani era Ferdinando IV, per quelli siciliani Ferdinando III, per tutti diventò Ferdinando I, monarca del nuovo regno “delle Due Sicilie”. Nell’isola, e in particolare a Palermo, l’azione borbonica, che da tempo sponsorizzava il “polo nord” partenopeo a scapito dei palermitani, fu vissuta come un tradimento. Si umiliavano secoli di autonomia e si riduceva la Sicilia a provincia napoletana.

Nell’antica capitale normanna il Parlamento dell’isola proclamò solennemente la dinastia borbonica decaduta sull’isola; il re di allora, Ferdinando II, convinto che “la prima cosa a cui bisogna abituare la Sicilia è di obbedire”, rispose con le armi, guadagnandosi l’appellativo di “Re Bomba” per i cannoneggiamenti ordinati contro gli insorti di Messina.

La rivalità tra Napoli e Palermo e le  antiche ruggini.

La rivalità tra Napoli e Palermo divenne più accesa sotto il regno dei Borbone. Palermo allora riviveva gli antichi fasti svevo-normanni e per due volte Ferdinando IV fu costretto a trasferirsi qui per difendere il suo regno. La prima fu durante i sei mesi di vita della Repubblica partenopea (1799).

Poi nel cosiddetto decennio francese con l’arrivo a Napoli dei re imposti da Napoleone: il fratello Giuseppe e il cognato Gioacchino Murat. Fu in questi anni che alla Sicilia fu concessa la Costituzione e si insediò il parlamento.

L’entusiasmo riformatore però durò poco: con l’ondata restauratrice Ferdinando IV tornò a Napoli e diede vita al Regno delle Due Sicilie, riducendo l’autonomia di Palermo e innescando una frattura tra il potere e i baroni. Risentimenti. Contro Napoli, identificata con la dinastia dei Borbone, esplosero le rivolte del 1821 e del 1848.

Si trattava di un odio anti-napoletano che diede vita a episodi di violenza contro i soldati dell’esercito inviati a combattere sull’isola. In queste occasioni decine di cadaveri dei militari furono scempiati e deturpati.

Lo raccontò anche il generale Carlo Filangieri che nel 1849 riconquistò la Sicilia al comando delle truppe napoletane, evitando la secessione. Era sbarcato sull’isola l’anno prima con 14mila uomini, numerose artiglierie e flotta imponente.

 

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