Insigne sul trono di spine

Insigne

Insigne non è più il Magnifico. Si sente poco amato dal San Paolo e i fischi lo deprimono. Con Ancelotti gioca e non gioca, va anche in tribuna.

 LORENZO INSIGNE NON È PIÙ IL MAGNIFICO

Come possiamo raccontare la storia che non è più una favola di Lorenzo Insigne, l’artefice massimo del tiro a giro, il ragazzo con barbetta nera e Mercedes nera da 639 cavalli e 159mila euro, casa napoletana panoramica in via Petrarca, e tutto ci può stare con uno stipendio annuo di 4,6 milioni di euro, non sono questi i problemi, il problema è perché Lorenzo non è più il Magnifico.

Qual è l’ostacolo che prima ne fermò la crescita e ora ne frena il talento? Che cosa gli succede e che cosa succede intorno a lui che resta bambino, a 28 anni, col broncio dei bambini, e i sogni e le delusioni dei bambini, un giorno dietro la lavagna, un altro il primo della classe?

Dicono gli psicologi: si sente poco amato. Poco amato dai tifosi del Napoli. Avrebbe voluto conquistarne il cuore, primo tifoso del Napoli lui stesso e una vita in maglia azzurra.

Testimonianza di una dedizione assoluta, degna d’amore, di stima, di comprensione. I fischi del San Paolo lo deludono, lo amareggiano, lo deprimono. Abbassa la testa, piange, fa gesti di rabbia.

Mancanza di carattere come ne aveva tanto Antonio Juliano da imporsi supremo leader tra Sivori e Altafini, fregandosene delle contestazioni degli spalti?

Ed ecco il campione a metà che cresce in lui, scrive Mimmo Carratelli sul Guerin sportivo. Non perdona alla sua gente di non amarlo, lui che si sente uno di loro, che è uno di loro, nato ai bordi della città metropolitana, gioendo e soffrendo per il Napoli.

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INSIGNE

Non è stato facile per Lorenzo Insigne arrivare a questo martirio. Troppo piccolo, e i grandi club lo scartavano, nessuno ne annusava il talento possibile. Puoi essere piccolo solo se sei Maradona.

Ma non saranno poi tutti piccoli gli artisti del tiki-taka catalano? Rinunciò alla vita da adolescente, neanche il motorino, per scovare il proprio talento abbandonando gli studi e allenandosi col pallone a cominciare dalla Scuola calcio di Grumo Nevano quando aveva otto anni.

Era sicuro di essere qualcuno nel calcio e di diventarlo per tutti. Non era proprio agiata la sua famiglia, padre operaio e precario, però una famiglia unita, quattro fratelli, mamma Patrizia attenta, la luce sentimentale del gruppo, e gli zii e la nonna materna che veniva in soccorso nei giorni difficili. Lorenzo dava il suo aiuto vendendo alla mattina abiti al mercatino di Frattamaggiore, ma poi dal pomeriggio fino a sera il pallone, tanto pallone e quel sogno immediato e ineludibile, diventare un calciatore del Napoli, diventarne il campione assoluto.

Era piccolo, Lorenzo, educato, ma col pallone aveva queste assolute certezze e lo raccontano sfrontato, sicuro di sé per quel sogno nel cuore e non permetteva a nessuno di discuterlo e di intralciargli il cammino. Fiero e orgoglioso, però quando perdeva piangeva. l locale trionfa sul

IL TIRO A GIRO DI INSIGNE

Lorenzo è un “grande calciatore”, ma “a pelle” i tifosi napoletani non lo amano, gli addebitano di saper fare una sola cosa: il tiro a giro. Quel giochetto a sinistra, sulla mattonella preferita, palla avanti, tocco a rientrare per evitare il difensore, e, pùm, la palla filante verso l’incrocio dei pali più lontano per il gol di meraviglia, oppure il cambio-gioco, da sinistra a destra, la stella filante sul lungo volo ad arcobaleno per pescare il compagno che farà brillare la stella nella porta avversaria.

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GLI ANNI DELLA FELICITÀ DI LORENZO INSIGNE

E’ solo questo Lorenzo Insigne? Gli anni di felicità sono stati quelli con Zeman al Foggia e al Pescara, soprattutto a Pescara, attaccante di sinistra nel 4-3-3, Ciro Immobile centravanti, Marco Verratti alle spalle e altri virgulti di belle speranze (Soddimo, Sansovini).

Si sentiva coccolato. Quando rientrò al Napoli, a 21 anni nel 2012, trovò Mazzarri e il 3-5-2 . Non era più la felicità.Insigne entrava nel calcio adulto dopo le primavere di bellezza con Zeman.

A Napoli fu un’altra storia sebbene Mazzarri lo mandasse subito in campo nelle prime due partite, però sostituendolo nei secondi tempi con Dzemaili e Vargas.

Alla terza lo tenne in panchina, ma poi lo fece entrare addirittura al posto di Cavani, e Lorenzo entrò e fece gol (al Parma).

Tornava il paradiso? Aveva conquistato il suo posto al sole di Napoli? Cinque partite successive a bordo-campo per entrare man mano al posto di Inler, Pandev (tre volte) e Gamberini.

Una vita da precario, giocando la prima partita intera alla decima giornata, ma fu un mercoledì sera infelice a Bergamo, il Napoli battuto 1-0. Quel primo anno nel Napoli, Lorenzo giocò sei partite intere in campionato e tre intere in Europa League. Entrando e uscendo, assommò 44 presenze fra campionato e coppe.

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INSIGNE DIVENTA GRANDE CON BENITEZ

L’apprendistato naturale in una squadra con Hamsik, Cavani, Pandev, Zuniga. Arrivò Benitez e a Lorenzo il cuore batteva a mille all’ora. E arrivarono Higuain, Callejon, Mertens e altri ancora.

Il Napoli si faceva più grande, con un attacco affollato. Benitez lo mise ­ fisso nel 4-2-3-1, terzo a sinistra, ma … Ma, accidenti, con compiti anche di copertura.

Nel secondo anno di Benitez capitò a Lorenzo l’infortunio pesante di Firenze che gli fece saltare 17 partite. Gli almanacchi segnano 79 presenze col tecnico madrileno (29 partite intere, 27 entrando dalla panchina, 23 volte sostituito).

LORENZO SI CONSACRA CON SARRI

E venne Sarri che lo impigliò dietro le due punte nel 4-3-1-2 iniziale e Zeman disse: “Per le sue caratteristiche, Insigne ha più difficoltà quando gioca al centro dove ci sono più avversari. Il suo pezzo migliore è l’uno contro uno a sinistra con il tiro o il cross. Provarlo al centro è più complicato”.

Dopo tre partite (una sconfitta e due pareggi), Sarri cambiò e col 4-3-3 schiantò la Lazio al San Paolo e Lorenzo fu tra i goleador di quella magnifica sera.

E Zeman ammise: “Sarri ha restituito a Insigne il suo ruolo e la voglia di attaccare”. Ma poiché c’era Higuain al centro e Callejon a destra, Lorenzo a sinistra finì nella staffetta con Mertens.

Volato via il Pipita, Mertens divenne il finto nueve e Lorenzo si stabilì sulla sua mattonella che però non è stata il suo domicilio calcistico fisso. Si calcola che, in 301 partite (sino all’anno scorso), Lorenzo Insigne sia entrato (68 volte) e uscito (113) dal campo 181 volte. Nel viavai, se l’è vista maggiormente con Mertens: 39 volte Lorenzo è uscito per fargli posto, 15 volte è entrato al posto di Mertens.

Lascia coriandoli di gol ma, in un modo o in un altro. Da principe di Frattamaggiore Lorenzo non è riuscito a diventare re di Napoli.

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INSIGNE E LA CONVIVENZA CON ANCELOTTI

Lorenzo insigne e la difficile convivenza con Carlo Ancelotti. Vale la pena riportare uno stralcio dell’articolo che l’illustre accademico, Sebastiano Maffettone, ha scritto per il “Corriere del Mezzogiorno”: “Ancelotti ha una prospettiva lontana, anche se ti attacca non ha nulla di personale, il suo è un punto di vista globale, un candore esplicito. Non gli interessa la scienza del calcio, se viene escluso sembra dire ‘non si può fare questo a un grande calciatore come me’”.

Con Ancelotti i tormenti di Insigne sono aumentati. Batte sul palo all’83’ il rigore del possibile pareggio contro la Juve al San Paolo (1-2) e, a fine partita, fa il giro del campo in lacrime chiedendo scusa al pubblico. Sostituito con Younes contro l’Arsenal (0-1), esce dal campo fischiato e in lacrime.

Nel primo anno di Ancelotti, Lorenzo segna 10 gol, il tecnico lo sostituisce 14 volte. In questa stagione, il Napoli avrebbe voluto cederlo, ma non sono arrivate offerte soddisfacenti.

Insigne soffre da quarto a sinistra nel 4-4-2 di Ancelotti. Gioca, non gioca. Va in tribuna a Genk. Quello di Napoli ormai è un trono di spine. Ma spunta una rosa a Salisburgo. Un gol e l’abbraccio forsennato ad Ancelotti. Pace tecnica e sentimentale per uomini di buona volontà.