La qualità della vita a Napoli. L’ossessione del nord Italia

L’ossessione del nord Italia per le classifiche. Mettere in fila le città italiane, ordinarne la vivibilità su una filiera. pochi parametri di riferimento. La qualità della vita a Napoli è  un bisogno del Nord per sentirsi migliore, ma funziona? scopriamolo.

Di Sergio Brancato- Emiliano Chirchiano.

L’ossessione del nord Italia per le classifiche

UN’OSSESSIONE si aggira per l’Italia, quella di stilare classifiche su ogni argomento: i romanzi o i film più belli della storia, le persone più seducenti, perfino le malattie più temute.

Tuttavia, esse non sempre ci chiariscono le idee. Tra questi rituali, ciclicamente rilanciati dai mezzi di informazione, le classifiche sulle città più vivibili sono diventate un autentico tormentone mediale. Specie in chiusura d’anno, sui nostri quotidiani e nei telegiornali si alternano discutibili graduatorie che tentano, mediante l’utilizzo di specifici indicatori statistici, di classificare la “qualità della vita” delle città italiane.

Ma lo stesso presupposto di ridurre a mero modello statistico la complessità di un concetto così sfuggente e legato alla percezione dei singoli individui come la “qualità della vita” ci sembra quanto meno problematico.

Ci si può provare, ma il vero problema è capire quale sia il vero interrogativo da cui si parte e che caratterizza l’intero processo di classificazione, condizionandone gli esiti. Se è vero che la qualità dei servizi a disposizione dei cittadini può essere senz’altro quantificata, da tali indicatori non si può tuttavia arrivare automaticamente a valutare le peculiarità dei vissuti quotidiani.

Ancor peggiore, poi, risulta il tentativo di mettere a confronto il vivere metropolitano di vasti aggregati urbani quali Roma, Milano o Napoli rispetto a realtà più piccole e pertanto più semplici da amministrare poiché il loro tessuto sociale è meno complesso.

Nessuna di queste classifiche tiene solitamente conto, per dirne solo una, delle caratteristiche ambientali e climatiche, oppure delle culture dell’interazione sociale che spesso si sostituiscono alla carenza di servizi pubblici.

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Mettere in fila le città italiane, ordinarne la vivibilità su una filiera di senso limitata, per forza di cose, a pochi parametri di riferimento, è dunque un esercizio che può produrre o reiterare pregiudizi e cliché. Inutile sottolineare, infatti, che in queste particolari liste le città meridionali risultano sempre agli ultimi posti.

La qualità della vita a Napoli

Per contro, da queste indagini è certo possibile trarre valide indicazioni, relative per esempio all’inadeguatezza dei servizi basilari offerti ai cittadini in termini di sicurezza, assistenza, diritti costituzionali: a puro titolo d’esempio, se la maggior parte dei finanziamenti alle università finiscono – causa gli opachi meccanismi imposti dalle politiche nazionali – agli atenei del nord, a chi può essere davvero imputata la scarsità di opzioni formative di cui soffrono gli studenti di una grande università qual è la “Federico II”?

Napoli è parte in causa primaria nel processo che, attraverso l’elaborazione di tali classifiche, nutre e muove – in maniera spesso strumentale – la narrazione della realtà nazionale. Costantemente fuori graduatoria per ciò che concerne l’astratto concetto di qualità della vita, il capoluogo campano dimostra quanto un tessuto urbano “ordinato” non costituisca necessariamente un valore in sé: sebbene possa essere considerata, come sosteneva anni fa Massimo Cacciari, un “punto di catastrofe permanente”, Napoli è la città italiana dal più forte impatto simbolico.

Essa, cioè, produce un immaginario capace di rappresentarla, mettendola in scena nelle vesti di una vitale capitale del mondo moderno: proprio perché Napoli è precedente la modernità e l’ha vissuta senza mai arrendersi a essa sino in fondo, rendendosi così in grado di restituirne in piena evidenza i conflitti di culture, le distorsioni strutturali, perfino il superamento storico. Il paradosso è proprio questo: forse per una carenza di ciò che Charles Wright Mills definiva “immaginazione sociologica”, i modelli teorici di “qualità della vita” non collimano con la “vita in sé”. I parametri adottati dai ricercatori nell’ambito di queste valutazioni sono quasi sempre costretti nei limiti di un’idea moderna del mondo, ma quell’idea è ormai in crisi da anni.

Il risultato è che spesso i risultati delle graduatorie vengono confutati dai fatti. Contraddicendo chi sostiene che le narrazioni post-Gomorra apportino danni irreparabili all’immagine della nostra città, in questi giorni il centro storico appare gremito e l’offerta turistica adeguata.

Il mito mediatico di Napoli resta immutato a dispetto di ogni classifica. E non ce ne voglia Aosta, indicata come città con la migliore qualità della vita dal “Sole 24 Ore”, o Mantova, che condivide lo stesso titolo nella classifica elaborata da “ItaliaOggi”: il paragone non sussiste poiché l’ordine di grandezza della questione è totalmente altro

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