Calcio Napoli e cultura Napoletana

TOTO’, IL DRAMMATURGO DELLA COMICITA’.

Totò il drammaturgo della comicità. Il racconto umano, emotivo e artistico del Principe, tratto da #BruNapoli”. Perché napoletani si nasce. E Lui lo nacque, modestamente…

Di Bruno Marra tratto da BruNapoli

BruNapoli, il meraviglioso libro di bruno Marra, è la bibbia dei napoletani. Ogni buon partenopeo deve averne una copia sul comodino, la deve sfogliare così come si fa con le sacre scritture. Perchè BruNapoli parla della sacralità di Napoli e la sua massima espressione che è la napoletanità. Una trasposizione metafisica del Napoletano che riesce ad esprimersi solo mediante questa dottrina.

TOTO’, IL DRAMMATURGO DELLA COMICITA’. La struggente memoria del Principe dell’Immortalità

In alcuni posti della Napoli antica c’è ancora affissa al muro quella pagina di giornale, in cornice, come una reliquia: “E’ morto Totò”. Era il 15 aprile del 1967, oggi è il 50esimo anniversario della memoria di Antonio De Curtis. Aveva 69 anni, era malato da tempo, mezzo cieco, eppure non smise di lavorare fino alla fine. L’arte era la sua vita, un respiro unico che non è mai esalato. Viveva a Roma, per quella barbarie tutta italiana di una Capitale che fagocita risorse per un potere geocentrico imposto e mai riconosciuto. Ma prima di morire, Totò ebbe la forza di dire: portatemi a Napoli. Il suo unico Paradiso.

E’ riuscito a sublimare la retorica del ricordo, destrutturandola e trasformandola in tangibile realtà. Per lui non c’è mai stato un trapasso vero, come fosse icona di una religione che professa e garantisce l’immortalità. Lo chiamano il Principe della risata fors’anche perché non ha dato a nessuno la possibilità di piangere la sua scomparsa. Totò ha cominciato a vivere proprio dopo la sua morte. Come figlio di una quarta dimensione, sospesa tra fantasia, romanzo e suggestione.

E’ nato nel quartiere Sanità ed ha salutato Napoli nella Chiesa del Carmine in un funerale assolutamente popolare. Una marea di gente comune per il quale era emblema, simbolo, sogno e ricchezza. Soprattutto di umanità e valori. Nonostante il successo Totò non si è mai distaccato dalle sue radici. La sua emotività e le vicissitudini esistenziali rappresentavano la parte oscura del personaggio pubblico, della sua maschera irriverente, del suo sorriso mai veramente disteso. Come se il dolore gli fosse insito e trovasse nella comicità il contraltare ideale. L’allegria come antidoto della malinconia.

“Eduà, Eduà mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli”. Cosi’ se ne andava Totò

Totò mal si piegava alle critiche del tempo. Gli affibbiavano l’etichetta di “macchietta”, ma solo lui sapeva quale fuoco sacro gli ardeva dentro. Ci soffriva, anche se lo dissimulava. Diceva sempre: “far piangere è semplice, far ridere è difficilissimo”. Rivendicava l’arte della risata a fronte di chi voleva banalizzarla sull’altare di stereotipi melodrammatici. Eppure per lui parlare in termini manichei sarebbe davvero riduttivo. C’è una tale tragedia nella comicità di Totò che neppure il più alto drammaturgo saprebbe riproporre e descrivere. Nella sua letteratura, apparentemente ludica, la felicità non è ammessa, è una conquista. Una conquista che spesso sfugge, eppur trasale l’immaginazione nella sua unica inarrivabile interpretazione.

Totò è stato un filosofo involontario, un innato rivoluzionario. Scandiva parole e battute che sono diventati aforismi nella sedimentazione del tempo. Le sue citazioni attraversano i nostri giorni, il quotidiano, ma anche la dialettica di intere generazioni. Eppure aveva un tormento dentro, quello che riversava nell’intimismo delle poesie. Se avesse potuto scegliere il suo vero Totò, Antonio De Curtis avrebbe scelto quello che si è raccontato a bassa voce, scrivendo senza ridere, piangendo senza recitare. Quello dei sonetti disperati, quello di “Core analfabeta” e di “Malafemmina” nell’impeto travolgente dell’amore, e quello de “’a Livella” che prende le distanze dalla vita e si eleva sulla effimere miserie umane con ironia ridondante e definitiva.

E l’ultimo verso l’ha scritto nel suo Paradiso, come l’epigrafe di un Miracolo. Perché 50 anni fa Totò è morto. Ma ancora oggi nessuno se n’è accorto…

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