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Milano famosi ristoranti aperti con i soldi della Camorra. Nel mirino della Dia Donna Sophia 1931.

Milano famosi ristoranti aperti con i soldi della Camorra. Sequestro di 20 milioni alla famiglia Potenza: quote del brand «Donna Sophia» e di «Villa delle Ninfe» .

Di: Titti Beneduce  CdM

Ristoranti aperti con i soldi della Camorra

Sarà il fascino di «Masterchef» oppure la certezza che la pizza e gli spaghetti tirano sempre: sta di fatto che la camorra ha deciso di ripulire il suo denaro investendo nei ristoranti. Soprattutto in città come Milano e Roma, dove sempre più spesso vengono chiusi locali che sono «controllati» da «Gomorra». Più che di colletti bianchi si può parlare di camerieri e pizzaioli. Ieri a Milano qualcuno ha stentato a credere che la famosa «Donna Sophia 1931» fosse una «lavatrice» dei clan.

I dati resi noti ieri  non lasciano dubbi: sarebbero cinquemila i ristoranti e le pizzerie in mano alla camorra in tutta Italia. A dirlo è l’ultimo rapporto sulle agromafie. Molte attività sono gestite direttamente, con parenti puliti, dalle famiglie di camorra, altre con i prestanome.

La Dia chiude Donna Sophia

Avevano investito a Milano e in Svizzera milioni di euro guadagnati prima con il contrabbando di sigarette e poi con l’usura. Ieri mattina i fratelli Bruno, Salvatore ed Assunta Potenza si sono visti notificare dalla Dia un decreto di sequestro di beni del Tribunale di Napoli, sezione misure di prevenzione, per un ammontare di 20 milioni.

Nell’elenco figurano le quote della società che gestisce il noto ristorante milanese «Donna Sophia dal 1931» in corso di Porta Ticinese.

La gestione di «Donna Sophia», che resta aperto, è ora affidata a un amministratore giudiziario. Grazie ad una rogatoria internazionale, inoltre, la Dia ha sequestrato alcuni rapporti finanziari nella sede della BSI Bank di Lugano.

Il provvedimento costituisce lo sviluppo di una precedente indagine condotta del giugno 2011, che vide l’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare nei confronti, tra gli altri, dei fratelli Potenza nonché del capostipite Mario, poi deceduto, nei muri della cui casa di Santa Lucia furono trovati otto milioni in contanti. Con le nuove indagini patrimoniali, coordinate dal capo centro Dia Giuseppe Linares, si è accertato che una parte consistente delle principali attività di ristorazione, A Milano principalmente, poi, Roma, Svizzera, lungomare di Napoli  e di Chiaia costituivano il frutto del reimpiego di capitali illeciti, in parte anche riferibili a Salvatore Lo Russo, ex capoclan oggi collaboratore di giustizia.

 

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