Eleonora Pimentel Fonseca. Donna Lionora, la storia di una grande eroina Napoletana

Eleonora Pimentel Fonseca , tra i voli dello spirito e le miserie del quotidiano. Largo rosario di palazzo: Donna Lionora, la storia di una grande eroina Napoletana

Di : Gabriella Cundari

Eleonora Pimentel Fonseca. Donna Lionora

Una vita piena, vibrante, percorsa inseguendo ideali che la trasformarono da semplice donna intellettuale ad eroina della Rivoluzione Partenopea del 1799, giornalista di talento e direttrice de Il monitore, il giornale della breve Rivoluzione Partenopea.

Così, in sintesi, si potrebbe riassumere la vita di Eleonora Fonseca Pimentel, una vita intensa, con grandi soddisfazioni intellettuali e grandi infelicità nel privato.

Nella casa di Largo Santa Maria di Palazzo, nel cuore dei Quartiere Spagnoli, Eleonora abitava con la famiglia. Il fabbricato era di proprietà di Don Gennaro Pironti duca di Campagna. Striano, autore di un bellissimo libro su Lenor, Il resto di niente, ci descrive una cucina buia con le vecchie mattonelle a fiori verdi e un salotto per ricevere senza grandi pregi, con un tavolo rotondo su cui Lenor poggia un vaso di cristallo con fiori di seta.

Da questa casa uscì sposa nel febbraio dei 1778, in una mattinata che secondo Striano fu gelida e ventosa, forse per presagire l’infelicità che quel matrimonio porterà alla sposa. Lo sposo era Pasquale Tria de Solis, tenente del reggimento del Sannio e trovarono abitazione in un palazzo sito in Via della Pignasecca. Per quanto colta e spregiudicata, Eleonora viveva in un contesto aristocratico tradizionalista in cui una ragazza venticinquenne ancora nubile destava preoccupazioni in famiglia: sarà lei stessa, nella già citata testimonianza, ad affermare che il padre, preoccupato della sua condizione di non sposata, combinò le nozze con Tria.

Le nozze furono sfarzose, per volontà dello sposo, che se ne accollò solo a parole l’onere economico contraendo debiti mai pagati e il banchetto si svolse a Palazzo Tria alla Pignasecca. Prima ancora di pranzare, molto probabilmente, secondo l’usanza del tempo, gli sposi mostrarono agli ospiti i doni di nozze.

L’elenco è giunto fino a noi grazie agli atti del processo: sei spilloni di smeraldi e diamanti, dono dal marito; uno spillone fatto a girasole di smeraldi e girato di pozzetti, dono del cognato; una toletta d’Inghilterra, dono del cognato; una fila di perle grandi dono della nonna di Lenor; due smanigli e braccialetti coi ritratti dei sovrani incastonati in oro, loro dono; un paio di rosette grandi con smeraldi e brillanti; un anello con tre pozzetti regalato dal padre; un anello con topazi e brillanti intorno; un saligiuno d’argento con sua tazza di Sassonia, dono di uno zio.

Quanto al dono dello sposo alla sposa, Don Pasquale non pagò mai i gioielli che regalò alla moglie: l’argentiere Morsoni gli inviò un atto esecutorio, di 600 Ducati che Eleonora pagò con soldi prelevati dalla sua dote sempre “per l’onore della famiglia”.

Oltre ad una grande infelicità coniugale, Eleonora patì in quegli anni anche il dolore per la perdita dell’unico figlio Francesco, di soli 8 mesi.

Ella tentò di sedare la sofferenza traducendo il proprio dolore in poesia: per il figlioletto morto compose uno struggente sonetto. Come risulta dagli atti del processo di separazione, l’unione durò pochissimo e nel 1785 la poveretta poté finalmente far ritorno in questa dimora, affidata al padre, Don Clemente che l’assisté moralmente e materialmente, preparando la causa di separazione e assumendone la rappresentanza in giudizio.

Ma Don Clemente morì e Lenor, temendo la solitudine, chiese al giudice di potersi trasferire presso gli zii materni abitanti ancora alla Platea della Salata. Inaspettatamente, il marito ‑che doveva rilasciare l’autorizzazione‑ fu consenziente e decise in quell’occasione di sospendere le ostilità e di riconoscere ad Eleonora lo status di “donna onestissima e di irreprensibili costumi” ponendo così fine al loro matrimonio con l’archiviazione del processo.

Don Pasquale Tria, utilizzando ogni sorta di menzogna ‑ comprese testimonianze palesemente false – riuscì persino ad argomentare le sue presunte ragioni, forte di vivere in un’epoca in cui i diritti delle donne erano del tutto misconosciuti. Tra i suoi testimoni sfilò un bel po’ del popolino con cui era solito intrattenersi: dal suo barbiere, Pasquale Buono, alle amiche dell’amante, Angela Veronica, di professione “cuffiara”. Il sarto da donna Giovanni Polker, dichiarò che “Donna Leonora non si preoccupava d’altro che di leggere e conversare fino alle sette di notte, vivere capricciosamente senza badare alla casa e al marito”. Inoltre in sede processuale, a prova delle presunte infedeltà della moglie, Pasquale Tria presentò uno scambio di lettere e biglietti tra Eleonora e il geologo veneziano Alberto Fortis, nonché l’anziano poeta Metastasio.

Era stato indubbiamente furbo, Don Pasquale a spostare la discussione sul “pericoloso” terreno della cultura di Eleonora, dei suoi libri “blasfemi’ che gli ambienti filoborbonici partenopei guardavano con tanto sospetto. Lo stesso giudice Tontulo, uomo illuminato e amante delle lettere, avrebbe avuto qualche difficoltà ad emettere la sentenza finale.

Tanto più che Don Pasquale, animato da “cristiani sentimenti chiedeva al Re che facesse rinchiudere in un chiostro la sua ex moglie “per moderare i suoi costumi ed apprendere i suoi doveri”.

All’epoca infatti, numerosi monasteri fungevano da case di correzione femminili per reati come l’adulterio: nel 1785 un inevitabile quanto liberatorio divorzio concludeva l’esperienza matrimoniale; le ferite, tuttavia, sarebbero rimaste vive per sempre.

la storia di una grande eroina Napoletana

Per la sua partecipazione alla Rivoluzione Paertenopea, il 17 agosto 1799 fu condannata a morte per tradimento e venne impiccata, insieme al principe Giuliano Colonna, all’avvocato Vincenzo Lupo, al vescovo Michele Natale, al sacerdote Nicola Pacifico, ai banchieri Antonio e Domenico Piatti, a Gennaro Serra di Cassano il 20 agosto a soli 47 anni nella storica Piazza Mercato.

Salì al patibolo con coraggio. Le sue ultime parole furono una citazione virgiliana: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit”. Non sappiamo quanto sia valido quetos “forsan et olim”, ma è sicuro quello che lo spirito plebeo pensasse dell’esperienza della Repubblica napoletana del 1799, perchési diffuse dopo la morte della Fonseca una satira anonima che così recitava:

«A signora ‘onna Lionora
che cantava ‘ncopp’ ‘o triato
mo abballa mmiez’ ‘o Mercato
Viva ‘o papa santo
ch’ha mannato ‘e cannuncine
pe’ caccià li giacubine
Viva ‘a forca ‘e Mastu Donato!
Sant’Antonio sia priato»
[Mastu Donato era il nome generico dato al boia di turno, in un periodo in cui di impiccagioni ce ne furono parecchie]

(da E: Striano, cit.; C. Irace, Le Tracce, i luoghi; Treccani, Biografie degli uomini illustri)

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