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Il gioco all’italiana non esiste

gioco all’italiana

Il gioco all’italiana non esiste. Risultatisti, pragmatici o giochisti, nessun allenatore prova a portare in campo alcuni principi per un vezzo.

Il cosiddetto “gioco all’Italiana” sta conquistando le prime pagine dei quotidiani sportivi nazionali. Nelle discussioni sul gioco all’italiana si scontrano diverse idee dettate dall’allenatore del momento.

Dal pensiero personale, dal  contropiede alla Conte, all’atteggiamento tattico difensivista e così via. Dietro un discorso che potrebbe a volte sembrare tecnico, o terminologico, si cela una battaglia culturale

Cos’è il gioco all’italiana?

Una parola vecchia quanto il calcio, almeno per i lettori più sgamati, che cela un significato errato. Il gioco all’Italiana è erroneamente associato al catenaccio. Non è così. Una buona definizione potrebbe essere quella che lo identifica con il riuscire a esprimere in campo ciò che si è progettato di fare prima della partita.
La contrapposizione come quella con cui qualche anno fa venivano contrapposti Sarri e Allegri. Proseguito poi con le accuse rivolte alla Juventus di non essere bella da vedere, o non abbastanza propositiva.

Sfociato poi in uno scontro in diretta TV tra l’allenatore e l’opinionista Daniele Adani.

Gioco all’italiana o bel gioco?

Ognuno ha le proprie preferenze e convinzioni.  Nessuno è così ingenuo da non tenere conto che non esiste bel gioco senza risultati, o che a calcio “non” subire gol.

Daniele Manusia, direttore dell’Ultimo Uomo, spiega il calcio all’italiana, come: “Nessun allenatore prova a portare in campo alcuni principi per un vezzo, perché pensa siano quelli “giusti” o più “belli”.

Non stanno solo dicendo che c’è tutta una tipologia di tecnici arrivati ad alto livello che per qualche ragione coltiva velleità inutili e deleterie ma, implicitamente, stanno anche dicendo che ci sarebbe un gioco migliore di un altro. Che poi è il “caro vecchio modo” del calcio “all’italiana” – che convenienza per noi italiani e che fortuna che stia diventando chiaro proprio in questo periodo in cui anche fuori dall’ambito sportivo si parla molto di identità nazionale…

Certo, se qualcuno dicesse chiaramente che il modo migliore di giocare a calcio è difendere vicini alla propria area di rigore (perché “andare a prenderli nella loro metà campo” è un vezzo).

Poi provare a raggiungere quella avversaria con meno passaggi possibile (perché, si sa, il possesso palla è dei radical chic o degli hipster) difficilmente verrebbe preso sul serio da quegli stessi professionisti con cui poi deve dialogare”.

Cosa significa per un allenatore giocare bene?

“Giocare bene, o all’Italiana, continua Manusia, per un allenatore, significa essere efficaci: avere idee che si rivelano essere adatte al contesto della propria squadra e della partita che si deve affrontare e applicare in maniera corretta quelle stesse idee su cui si è lavorato in settimana.
Dietro la condiscendenza e le prese in giro di questi giorni si cela una mentalità inattuale e poco realistica, che vorrebbe convincerci che prima o poi gli allenatori si stancheranno di allenare l’uscita difensiva dal pressing, che i portieri torneranno a calciare lungo e che le squadre torneranno a difendere nella propria metà campo.

Il problema è che possono convincere i lettori ma difficilmente riusciranno a convincere gli allenatori che pensano che quei principi sono più convenienti”.

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