Sentenza del delitto Tufano: 12 anni al capo del gruppo di Piazza Mercato.

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Sangue e baby gang a Napoli: 12 anni di carcere per De Martino dopo la morte di Emanuele Tufano

Il 4 maggio 2026, Napoli. La giustizia sembra fare il primo passo nella lunga e complessa vicenda della tragica notte del 24 ottobre 2024, quando il quindicenne Emanuele Tufano perse la vita tra i vicoli di Napoli. Il Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) ha emesso una sentenza di 12 anni di reclusione per Gennaro De Martino, 20 anni, indicato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) come il leader del gruppo criminale di Piazza Mercato. Originariamente, la Procura aveva chiesto una pena di 16 anni per tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose, ma la sentenza emessa con rito abbreviato ha portato a una riduzione della pena a causa dell’estromissione di alcune aggravanti.

Il profilo di Gennaro De Martino

La figura di Gennaro De Martino emerge nitidamente dalle indagini, rivelandolo come un giovane pienamente inserito nel contesto della malavita organizzata. Figlio di un noto pregiudicato assassinato nel 2021, De Martino si è distinto per la sua audacia, partecipando a scontri armati con il gruppo rivale del Rione Sanità subito dopo la sua evasione dal carcere di Airola. Secondo il sostituto procuratore Celeste Carrano, De Martino era il capo della paranza di Piazza Mercato, contrapposta a quella guidata da Cristian Scarallo proveniente dal rione Sanità. La sua leadership è emersa come un fattore determinante negli scontri violenti che hanno caratterizzato la zona.


Il dramma del “fuoco amico”

L’inchiesta ha svelato un aspetto agghiacciante: Emanuele Tufano non è stato ucciso dai rivali, ma dai suoi stessi compagni. Il giovane, vittima di un tragico errore noto come “fuoco amico”, è stato colpito da un proiettile vagante durante un raid intimidatorio effettuato dal gruppo della Sanità contro quello del Mercato. Questo episodio rappresenta un drammatico esempio di come i conflitti per il controllo del territorio possano trasformarsi in tragedie inaspettate, infittendo il già complesso quadro delle rivalità tra bande giovanili. Fonti vicine all’inchiesta sottolineano l’assurdità della situazione: “Una vita spezzata in un conflitto dove le linee tra carnefici e vittime diventano tragicamente indistinte”.

La morte di Emanuele Tufano non ha arrestato il vortice di violenza; al contrario, ha innescato una spirale di vendette interne. Nel marzo 2025, l’assassinio di Emanuele Durante ha colpito nuovamente la comunità, designato dagli investigatori come una diretta conseguenza del decesso di Tufano. Durante, legato al clan Sequino del Rione Sanità, è stato ucciso perché accusato ingiustamente di tradimento. Questo terribile errore ha evidenziato non solo la ferocia dei conflitti interni tra bande, ma anche le fragilità di un sistema che consente tali drammatiche perdite.


Nel corso del processo, la famiglia di Emanuele Tufano ha deciso di costituirsi parte civile, ottenendo un risarcimento provvisionale. Sebbene la condanna di Gennaro De Martino rappresenti un passo significativo, resta l’amarezza per una vita rubata, un adolescente strappato troppo presto alle sue speranze e ai suoi sogni. Le indagini continuano per identificare altri partecipanti a quel tragico scontro, mentre Napoli si interroga sulla drammaticità di situazioni che rivestono la città di un inquietante manto di violenza e paura.

Le recenti vicende dimostrano quanto sia necessario affrontare con urgenza e determinazione il problema delle baby gang, che continuano a imperversare nel centro storico di Napoli. Le istituzioni sono chiamate a un impegno collettivo per restaurare la sicurezza e la tranquillità, garantendo un futuro migliore alle giovani generazioni, lontano dalle logiche della camorra. A questo proposito, l’inchiesta da cui sono emerse queste informazioni è coordinata dalla DDA di Napoli, che si impegna costantemente per il contrasto alla criminalità organizzata.

Fonti ufficiali:
– Gazzetta di Napoli
– Il Mattino
– Direzione Nazionale Antimafia

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