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Le origini della Chiesa di Santa Chiara, rinvenute grazie ad un geo radar

Le origini della Chiesa di Santa Chiara, rinvenute  grazie ad un geo radar. Dopo la distruzione del 1943 il complesso monumentale torna a nuova vita grazie alle moderne tecnologie.

Di Paola Vitolo CdM

Le origini della Chiesa di Santa Chiara

La chiesa e il monastero di Santa Chiara sono simboli di Napoli come pochi altri. E non solo per la monumentalità del complesso che domina il fitto abitato del centro antico e per il richiamo dei tesori d’arte che conserva, ma perché, segnato nei secoli dagli accidenti della storia e dagli orientamenti del gusto, ha assecondato i cambiamenti della città, che ne ha inventato un’identità ogni volta nuova, e sempre attuale.

Quando nel Trecento fu fondato da Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca, il monastero francescano aveva l’ambizione di essere il più importante dell’intero Mezzogiorno per grandezza e numero di religiosi. E tale sarebbe stato, raggiungendo nel Settecento il suo massimo splendore, di cui è ancora oggi testimone il celebre chiostro maiolicato.

La chiesa doveva essere invece il simbolo della dinastia angioina, il pantheon delle sue glorie, il teatro delle cerimonie di corte, cui la devozione della regina Sancia per l’ostia consacrata fornì un fulcro liturgico e celebrativo di potente e suggestiva efficacia. Giotto ed altri tra i maggiori artisti del tempo lavorarono alla sua decorazione, e ricchi arredi la resero degna del suo rango regale. Di quella stagione rimangono, però, poche tracce.

Rimossi gli arredi e le decorazioni medievali, che le fonti e le sparse testimonianze materiali giunte fino a noi fanno immaginare assai ricchi, una sontuosa decorazione barocca rivestì nel Settecento l’interno, con uno sfarzo che già di lì ad un secolo fu considerato eccessivo, tanto che se ne auspicò la rimozione, per restituire l’edificio alla sua presunta originaria semplicità.

Ma fu un incidente a risolvere la questione: un incendio, provocato il 4 agosto 1943 da una bomba alleata e durato tre giorni, danneggiò il monastero e rase quasi completamente al suolo la chiesa. Bruciati gli stucchi, le statue di cartapesta e le pitture di Francesco de Mura, Sebastiano Conca, Giuseppe Bonito e Paolo de Maio, fu recuperato solo il pavimento di Ferdinando Fuga e si faticò a lungo per rimettere insieme i pezzi dei sepolcri e degli arredi di età angioina.

Le origini rinvenute  grazie ad un geo radar

L’applicazione di tecnologie avanzate ha tuttavia consentito in tempi recenti di aggiungere elementi importanti alla restituzione ideale dell’originario interno della chiesa: indagini con il geo radar hanno consentito di individuare le fondazioni del tramezzo, ossia della barriera che divideva il coro dalle navate e della quale, dopo le radicali trasformazioni delle chiese in Età moderna, rimangono in piedi pochi esempi, di cui nessuno nell’Italia meridionale.

Sulla base degli elementi raccolti sono state poi elaborate ricostruzioni digitali che consentono di immaginare con buona approssimazione come fosse organizzato lo spazio liturgico della chiesa nel Trecento.

Caroline Bruzelius, docente di Storia dell’arte e dell’architettura medievali alla Duke University (North Carolina, USA) e tra i maggiori studiosi della Napoli angioina, in collaborazione con altri esperti del settore (Leopoldo Repola dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, Emanuela De Feo dell’Università di Salerno, Elisa Castagno e Andrea Basso dell’Università di Padova, e Lucas Giles della Duke University) presenteranno il prossimo 13 marzo, alle ore 9.30 presso il complesso di Santa Chiara i risultati di questa avvincente esperienza di ricerca, che apre nuove prospettive sulla comprensione della struttura e delle diverse funzioni della chiesa.

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