Vaccino, Napoli all’avanguardia dal 1700. Ecco come i Borbone sconfissero il Vaiolo

Napoli, il vaccino si utilizzava già dal 1700. I Borbone portarono avanti una grande campagna  contro il vaiolo.

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Il Vaccino made in Napoli contro il Covid-19 potrebbe salvare milioni di vite. “Buone notizie sul fronte del vaccino anti-COVID. Dagli studi in corso sembra ci siano buone probabilità che la molecola messa a punto da Pfizer possa dare buoni risultati nella lotta al COVID19. Il vaccino agisce in particolare sulla produzione di anticorpi nei pazienti sintomatici. Siamo cautamente ottimisti. Speriamo che il tempo e l’osservazione scientifica ci diano delle risposte per tirare davvero un sospiro di sollievo in un momento che, più che mai, sta mettendo a dura prova tutti noi”. Così il professor Paolo Ascierto annuncia gli ultimi dati sul vaccino napoletano.

Napoli sul fronte vaccini ha una storia antica che non tutti conoscono. Lo scrittore Angelo Forgione, ha racconta la battaglia sanitaria intrapresa dai dei Borbone contro il Vaiolo.

IL VAIOLO

Oggi combattiamo contro il coronavirus, nel Settecento il flagello endemico era il variola, causa del vaiolo. Era la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo. Spaventava tutti, dacché colpiva giovani e bambini. Una persona malata su sei moriva. Chi non lo contraeva in forma maligna e letale facilmente restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci.

Anche Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, morì a 30 anni, nel settembre del 1777, affetto dalla malattia. Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, scosso dal lutto, seguì l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo. L’illuminata imperatrice aveva fatto immunizzare i figli attraverso la “variolizzazione”. Si trattava di un metodo di prevenzione anti-vaiolo sperimentato in terra ottomana. Funziona mediante inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione.

L’INTUIZIONE DI DOMENICO COTUGNO

La pratica era ostacolata dalla superstizione di certi ambienti religiosi, per i quali infettarsi da persona sana significava andare contro la volontà di Dio. Era anche di difficile accettazione visto che non era immune da rischi.

Le persone inoculate, oltre a divenire veicolo di contagio, potevano contrarre la malattia in forma grave e morire. Tra i primissimi a validare l’inoculazione c’era il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il ‘De sedibus variolarum syntagma’. Cotugno sosteneva  l’ancora delicata pratica.
Ferdinando, con grandissimo coraggio e sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzazarlo”. La decisione suscitò  da Madrid la contrarietà di suo padre, il cattolicissimo Carlo III.

Cattolico era pure Ferdinando, ma aveva sposato una figlia di Maria Teresa d’Asburgo. La giovane Maria Carolina era persona assai colta e ben disposta ai progressi della scienza. Così, nel marzo del 1778, a 26 anni, il Re si fece inoculare, al pari della quasi coetanea consorte. Ferdinando scrisse al padre che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.

LA VARIOLIZZAZIONE

Le inoculazioni divennero sempre più una priorità per Ferdinando e Maria Carolina dopo l’ancor più dolorosa morte dell’amato primogenito, il piccolo Carlo Tito, scomparso per il vaiolo nove mesi dopo, a soli tre anni. E dunque la coppia reale fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età. Poi toccò alle sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa. Poi ordinarono l’inoculazione obbligatoria per i ragazzi dell’appena costituita Real colonia delle Seterie di San Leucio, dove esisteva una vaccheria per l’allevamento delle vacche sarde. Il virus infettava non solo gli uomini ma anche i bovini. Gli animali trasmettevano il virus alle mungitrici, in forma più blanda e con lesioni limitate alle mani.

NASCE LA DIREZIONE VACCINICA DEL REGNO

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Nella primavera del 1801, durante un’epidemia di vaiolo a Palermo che mieteva migliaia di vittime, e su richiesta di Maria Carolina che aveva perso una sorella sempre per la malattia, l‘impavido Ferdinando sfidò lo scetticismo generale e si avvalse di due medici inglesi, Joseph Marshall e John Walker. I due luminari si recarono in Sicilia per immunizzare i marinai britannici di stanza sull’Isola, e avviò quello che è da considerarsi il primo programma di vaccinazione su larga scala dei territori italiani. Dopo aver fatto variolizzare i suoi figli, ordinò ai medici delle province di fare lo stesso con le centinaia di migliaia di orfanelli e trovatelli delle loro giurisdizioni. Furono coinvolti oltre diecimila bambini in meno di un anno.

Nell’agosto del 1802, il Re istituì un apposito organismo sanitario, la Direzione Vaccinica, con sede nel Real Albergo dei Poveri di Napoli e succursali nelle altre province del regno.

A NAPOLI IL “VACCINO” CONTRO IL VAIOLO

Tra il 1803 e il 1810, il giovane medico napoletano Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale degli Incurabili e allievo di Domenico Cotugno, perfezionò l’inoculazione, rendendola più sicura ed efficace. Il suo metodo si rifaceva alla scoperta dal medico inglese Edward Jenner, il quale aveva intuito che inoculando il più blando vaiolo degli animali anziché quello umano si sarebbe ottenuta ugualmente l’immunità. Aveva iniziato a sperimentare la scoperta, deducendo che da tale immunizzazione il virus si presentava nella forma bovina, quindi senza gravi conseguenze, e non in quella umana più pericolosa. Il metodo, definitivamente verificato nel 1796 e conosciuto come “inoculazione jenneriana”, utilizzava il virus vaccinico come agente virale, ed era di fatto il primo “vaccino”, nome derivante appunto dall’aggettivo latino “vaccinus”, derivato di vacca. Domenico Cotugno, ne era divenuto convinto sostenitore.

GALBIATI L’INNOVATORE

Cosa fece di innovativo Galbiati? Con il metodo Jenner, il materiale infetto dei bovini veniva trasferito da animali infetti a uomini sani, come nella variolizzazione, e ciò aveva lo svantaggio di poter trasmettere, nel successivo trasferimento da uomo a uomo, altre patologie infettive umane, soprattutto la sifilide. Galbiati introdusse il trasferimento del materiale infetto in vacche giovani e sane, e da queste ritrasferito all’uomo. Inoltre eliminò il trasferimento da uomo infetto a uomo sano ed introdusse il passaggio attraverso un bovino, che aveva anche il vantaggio di produrre quantità maggiori e standardizzate di materiale da trasferire ai bambini da vaccinare.

La vaccinazione animale ideata da Jenner e perfezionata da Galbiati venne avversata dagli ambienti più conservatori perché considerato un insulto alla natura, data la commistione tra animale e uomo. L’opposizione venne soprattutto dalla Commissione Centrale di Vaccinazione, il nuovo nome dato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte alla Direzione Vaccinica dopo l’invasione francese a Napoli. L’istituto, tra il 1808 e il 1819, nonostante gli scetticismi e le paure della popolazione, registrò 280.000 immunizzazioni, la maggior parte eseguite utilizzando il #vaccino di derivazione umana.

I BORBONE E LA VACCINAZIONE OBBLIGATORIA

Ferdinando di Borbone, una volta recuperato il trono di Napoli, rese obbligatoria con severe norme la vaccinazione dei bambini del regno, per la prima volta negli stati d’Italia. Con il  Decreto n. 141 del 6 novembre 1821 “riguardante la inoculazione del vaccino vajuolo”. Lo stesso sovrano operò per scoraggiare il fronte antivaccino. Per persuadere gli scettici usò l’arma della fede con l’incentivo di una lotteria nazionale.

I parroci, tenuti a mantenere aggiornati i loro registri dei vaccinati, avrebbero dovuto “minacciare” di disgrazie i più riluttanti. Inoltre, ogni anno avrebbero messo tutti i nomi dei vaccinati in un’urna.

Dall’urna  sarebbe stato estratto il nome di un fortunato vincitore di un cospicuo premio in denaro. Con i Regolamenti emanati il 10 settembre 1822, fu definita dettagliatamente l’organizzazione dei diversi livelli amministrativi insediati nelle province.

Nel 1843, l’istituzione vaccinica di Napoli fu insignita di un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Reale delle Scienze di Francia per il lavoro compiuto in quarant’anni di proficua attività, tra organizzazione e diffusione dei regi decreti, a testimonianza di quanto fosse stato esemplare in tutt’Europa per la prevenzione e la lotta contro il vaiolo.

LA VACCINAZIONE NAPOLETANA E I SAVOIA

In prossimità dell’unificazione politica d’Italia, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, scrisse al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Faceva davvero paura quella malattia, anche a chi dai napoletani otteneva la soluzione. Visto che nel frattempo la retrovaccinazione con l’utilizzo di bovini ideata da Galbiati iniziava ad affermarsi. Nel 1864, durante un convegno medico a Lione, un brillante allievo di Gennaro Galbiati, Ferdinando Palasciano, rese nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana. Il medico invitò a Napoli chiunque volesse visitare gli stabilimenti sorti per produrre il vaccino industriale di derivazione animale messo a punto dal suo maestro. Lo stesso metodo che fu poi adottato dall’intera comunità scientifica mondiale mentre la ‫variolizzazione‬ finiva per essere vietata.

NAPOLI HA SCONFITTO  IL VAIOLO

L’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente eradicata questa malattia nel 1980. Un risultato straordinario reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, un vero modello nella storia dei vaccini che andrebbe studiato da chi oggi, in tempo di Covid, pur essendo napoletano, si dice stupito che l’eccellenza delle cure arrivi incredibilmente da Napoli e da quell’ospedale che porta il nome di Domenico Cotugno, il medico che fu tra i primi ad appoggiare l’inoculazione jenneriana, aprendo la strada del perfezionamento al suo allievo Gennaro Galbiati.

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