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Zidane contro Mancini, quando il “10” è vincente anche in panchina

di Enrico Currò

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – È abbastanza difficile parlare solo di calcio, di fronte alla battaglia che infuria attorno alla Figc. Ci hanno provato i due illustri ct di Francia e Italia, ricordando che l’appuntamento della terza giornata di Nations League non è un evento qualsiasi. È uno di quei classici del pallone che autorizzano la classica ora e mezza (ormai molto di più, con i minuti di recupero) di isolamento per gustarsi lo spettacolo. La vittoria in Turchia permette alla Nazionale, annota Mancini, di entrare allo Stade de France col cuore un po’ più leggero. E agli appassionati di godersi una partita nella partita, in questa sfida che in teoria mette di fronte due squadre di categorie diverse, ma poi chissà, non è mica detto che i Bleus, così pieni di talento anche senza Mbappé, siano più fosforescenti degli Azzurri, declassati per colpa dei tre Mondiali consecutivi mancati, dove invece i francesi sono arrivati una volta primi, la seconda hanno perso in finale e la terza in semifinale.

Zidane, a vent’anni dalla testata a Materazzi nella finale di Berlino, è un allenatore ambizioso, che ha voluto a tutti i costi diventare ct della Francia: ogni sua parola ha certificato il sentimento. L’altra partita in questione è proprio quella tra i due commissari tecnici, entrambi esteti, entrambi visionari, entrambi animati dalla volontà di demolire il luogo comune sui fuoriclasse per lo più incapaci di vincere da allenatori, soprattutto se da calciatori erano fantasisti. Il numero 10 Roberto Mancini, in verità, ha vinto tanto in panchina (all’Inter e al Manchester City, ma anche alla Lazio, alla Fiorentina, al Galatasaray e perfino all’Al Sadd in Qatar) e da commissario tecnico si è preso un titolo europeo. Però il Mondiale è un po’ la sua maledizione: da calciatore ne ha attraversato uno senza scendere in campo, nel nuovo ruolo non si è qualificato nel 2022. Per questo insegue la rivalsa nel 2030 e questa è una tappa importante del percorso appena iniziato. Il numero 10 Zinédine Zidane appartiene a un’élite ancora più esclusiva: il club dei Palloni d’oro. Quando allenava il Real Madrid, ha già abbondantemente calpestato lo stereotipo, vincendo tre Champions e tutto il resto possibile.

Però lui mica si accontenta: vuole essere il top dei top, come quando giocava. Diego Maradona, che non ha vinto la statuetta del migliore calciatore del mondo solo perché ai suoi tempi gli extraeuropei non potevano, è stato ct dell’Argentina, con risultati dimenticabili. E la storia individuale dei Palloni d’oro è una sequenza di fallimenti, quando i fuoriclasse hanno provato a fare gli strateghi, con poche eccezioni. Molti non si sono nemmeno cimentati con la materia. Alfredo Di Stefano raccolse qualcosa con i club di Buenos Aires, a inizio carriera, e così fece anche Omar Sivori in Canada. Luisito Suarez si prese un titolo europeo con l’Under 21 della Spagna, salvo ripiegare poi su ruoli minori. Le eccezioni sono state due: Johann Cruijff ha avuto successo alla guida di Ajax e Barcellona, ma soprattutto ha inventato in Catalogna la scuola del futuro tikitaka. Franz Beckenbauer è stato l’unico Pallone d’oro a vincere il Mondiale nella duplice veste: di capitano della Germania Ovest del 1974 e di ct del post muro di Berlino nel 1990, quando ancora le due Germanie erano calcisticamente divise. Contro un altro muro, per fortuna figurato, hanno sbattuto gli emuli del magnifico Franz, capace di prendersi anche un paio di titoli da allenatore del Bayern.

L’ucraino Oleg Blochin ha vissuto fasi alterne da ct e lo stesso è capitato al più illustre predecessore di Zizou, Michel Platini, le Roi, poco regale alla guida della Francia. Né è andata meglio con l’Olanda a Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht, e al formidabile centrocampista tedesco Lothar Matthaues, quando si è messo a fare il ct di Ungheria e Bulgaria: alla fine ha vinto un campionato austriaco a Salisburgo, ma da vice di Giovanni Trapattoni. George Weah ha scavalcato il problema: in Liberia è diventato presidente della Repubblica. Il francese Jean-Pierre Papin si è consolato con una Coppa d’Aquitania. Di Hristo Stoichkov, da ct della Bulgaria, si ricordano più che altro le liti. È andata meglio ad Andryi Shevchenko nelle 52 volte da commissario tecnico dell’Ucraina, anche se non ha vinto titoli, ed è ancora in fieri la carriera di Fabio Cannavaro, profeta nel campionato cinese e oggi ct dell’Uzbekistan. Insomma, Zidane punta a fare quello che tra i più forti è riuscito solo a Beckenbauer e in generale anche al brasiliano Mario Zagallo e a Didier Deschamps, suo predecessore diretto alla Francia, col quale il rapporto è freddo: vincere il Mondiale sia da calciatore sia da allenatore. Questa partita di Nations League allo Stade de France serve anche a sentirsi all’altezza delle proprie ambizioni. Vale per Zidane. Ma vale pure per Mancini. Al quale, nell’ennesimo momento di caos del calcio italiano, conviene affidarsi senza retropensieri.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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FONTE ITALPRESS

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