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NAPOLI, 10 maggio 87, la festa e quel gruppo unico

Il ricordo di Salvatore Bagni: “Il 10 maggio 87. Vivevamo insieme, prima, durante e dopo. C’era il piacere di scherzare anche in ritiro, Litigavamo sempre con gli avversari mai tra di noi. Quest’anno è stato davvero un peccato. Sono convinto che almeno tre calciatori andranno via e si dovrà cominciare con altre teste”.

10 MAGGIO 87

NAPOLI Una data, una storia: 10 maggio 1987. Oggi il primo scudetto compie 31 anni. Ricordi, emozioni e passione ancora vivi. Quest’anno Il Napoli avrebbe potuto festeggiare il terzo tricolore, ma alla fine sono mancate le forze e la squadra è crollata sul più bello, complice una Juventus che non ha mai mollato. Uno dei leader di quella squadra del 1987, allenata da Ottavio Bianchi, era Salvatore Bagni, intervistato per l’occasione da Donato Martucci per il Corriere del Mezzogiorno:

«Il Napoli di Sarri avrebbe meritato per il gioco migliore, spettacolare. Poi, sono mancate le forze».

Quella squadra del 1987 aveva tanti leader.

«Eh sì, io mi consideravo uno di quelli. Il lunedì andavo da Ferlaino e gli raccontavo tutto della squadra, di come stava e quali esigenze potesse avere bisogno. A volte qualche giovane della primavera mi chiedeva di intercedere per avere un contratto migliore. Lo facevo volentieri. Più che in campo io ero un leader dello spogliatoio».

La vittoria a Torino vi convinse della possibilità di vincere lo scudetto?

«Anche se arrivò nel girone di andata, ci diede tanta forza. Perdemmo a Milano contro l’Inter, ma non ci fermammo. Lo stress c’era e man mano che si avvicinava la fine aumentava. Poi, l’esplosione di gioia: indimenticabile».

Il segreto di quella squadra?

«Vivevamo insieme, prima, durante e dopo. C’era il piacere di scherzare anche in ritiro, quando magari si era lontani dalle famiglie. Litigavamo con gli avversari più che tra di noi. Ma eravamo anche delle teste pensanti e la società ci ascoltava, ci era vicina. Noi siamo tuttora una famiglia: ci sentiamo e ci vediamo ancora».

Lei però non festeggiò molto: il 28 maggio 1987 nacque sui figlio Gianluca.

«Diciamo che ero doppiamente felice. Il campionato fini il 17 e scappai a casa per assistere mia moglie. Solo che mio figlio ha una pecca: tifa Inter pur essendo nato in quel periodo storico».

Quest’anno il sogno poteva diventare realtà.

«Un peccato, un vero peccato. A dicembre tutti hanno detto che per vincere sarebbero serviti acquisti ed invece non sono arrivati. La squadra meritava di vincere nettamente, ma sono mancate le forze. Ci eravamo illusi che Diawara, Rog, Ounas avrebbero giocato di più e invece i titolari sono stati spremuti, ma non per colpa di Sarri. Notare le facce stralunate di Mertens, di Callejon, giocatori che hanno dato il massimo, mi ha fatto impressione».

Quando ha capito che il Napoli non ce l’avrebbe fatta?

«Dopo la sconfitta con la Roma in casa. La gara con la Juventus, l‘ha vinta il gruppo. Poi, la squadra è inevitabilmente crollata».

Il ciclo è finito? Da dove ripartire?

«Sono convinto che almeno tre calciatori andranno via. Sarà difficile, perché si dovrà cominciare con altre teste.Questo mini-ciclo è finito, poi dipenderà dalla scelta di Sarri. L’unica certezza è il pubblico di Napoli: ha capito che la squadra ha dato tutto, un po’ come accadde a noi dopo la sconfitta con il Milan, quella del scudetto perso. Andare in 50.000 allo stadio per ringraziare la squadra testimonia l’unicità della passione dei tifosi azzurri».

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