Mangia maccheroni e mangia broccoli perché i Napoletani erano chiamati così

Mangia maccheroni, mangia foglie, mangia broccoli, quanti modi di dire che nascondono un significato offensivo, una volta il popolo napoletano era definito «magnavruoccole», cioè «mangia broccoli».Un espressione che da mera offesa divenne ben presto un onta.

In una commedia della seconda metà del Cinquecento del pisano Giovan Battista Cini, La vedova (1569), il gentiluomo napoletano Cola Francesco si para davanti a un soldato siciliano di nome Fiaccavento, e lo affronta: «Oh, tu sta lloco? E chi pienzi parlare, sicilianello, con qualche pezzente pari tuo? Va, va manciamaccaroni!».

In cerca di una parola contundente, usando il proprio dialetto, Fiaccavento becca il partenopeo blasonato chiamandolo «magnavruoccole», cioè «mangia broccoli» o «mangiafoglie». A un certo punto, infatti, questa espressione era diventata un’onta: un popolo che non aveva null’altro di commestibile se non verdure, doveva essere necessariamente una razza di pezzenti.

Il dileggio con i nomignoli era così diffuso, e così resistente al cambio di classificazione, che ancora nel 1678 nel poema eroico L’Agnano zeffonato  del gesuita famoso per La cantata dei pastori, Andrea Perrucci, si descriveva l’esercito partenopeo con questa tossica ironia: «Chisto portava li Napolitane, che de le foglie fanno gran strapazzo… A la bannera portano no mazzo de vruoccole, e sta scritto: ’Ntra la panza haggio de la vettoria la speranza!» («Questo portavano i Napoletani, che della foglia fan gran strapazzo… Sulla bandiera portano un mazzo di broccoli con su scritto: Ho nella pancia la speranza di vittoria!»).

Se volessimo seguire la geografia delle invettive etno-gastronomiche in voga tra il Cinquecento e il Settecento italiano, dovremmo dare per buona la traduzione in vernacolo di Gabriele Fasano del suo Lo Tasso napoletano: zoè la Gierosalemme libberata (1689), e allora accettare che i fiorentini fossero detti «cacafagioli», i lombardi «mangiarape», i cremonesi «mangiafagioli», «mazzamarroni» quelli delle comunità montane tosco-emiliane, gli abruzzesi «pane unto» e i napoletani «cacafoglie» o, in alternativa, soprannominati con il più noto e delicato «mangiafoglie».

«Così siamo chiamati noi Napoletani per antonomasia», annotava lo stesso Fasano al testo, ove mai ci fosse stata necessità di una conferma. Al curioso elenco, potremmo aggiungere i nomignoli assestati agli spagnoli, «mangiaravanelli», e così via per l’intera carta del paese considerando pure gli occupanti, stabili o occasionali che fossero. Va da sé che c’è qualcosa che non quadra, per quanto alcune di queste caratteristiche alimentari siano rimaste dominanti (nell’inventario mancano, per esempio, le diciture «polentoni» o «mangia polenta», entrambe molto tarde), sicuramente non è corretta la definizione attribuita ai napoletani.

Mancando di concreti dati statistici sulle abitudini alimentari di quel tempo, come ha dimostrato alla fine degli anni Cinquanta in uno studio minuzioso Emilio Sereni, prendendo spunto da alcune osservazioni di Benedetto Croce, la questione è analizzabile quasi esclusivamente attraverso i testi poetici o narrativi degli artisti coevi, o dei viaggiatori che appuntavano su taccuini le usanze dei paesi che visitavano. Prima di ogni altra cosa, ne viene fuori che, mentre alla prima etichetta da immaginario collettivo di mangiatori d’erba i napoletani non si adeguarono mai, e per di più fu un mezzo falso storico, in un passaggio successivo agli occhi dei connazionali il popolo di Napoli, soppiantando i siciliani, si trasformò in mangia maccheroni, e fu sempre e comunque una maniera per dileggiarlo.

Questa tesi, così presentata, farebbe pensare però che i maccheroni siano stati conosciuti e apprezzati soltanto dopo l’abboffata di verdure d’ogni tipo che la maldicenza vorrebbe appiopparci.

fonte: Maurizio Ponticello: non tutti sanno che a Napoli © Newton Compton editori s.r.l.

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