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Il segreto di Eduardo: le prime commedie drammatiche furono scritte da una casalinga

Le prime commedie drammatiche di Eduardo furono scritte da una casalinga. Si chiamava Paola Riccora

Di: Francesco Pollasto

Trascorreva l’intera giornata rassettando la casa, cucendo, rammendando, cucinando e accudendo ai bambini. Era una quieta madre di famiglia, insomma, ma di notte, china dinanzi a una scrivania, inventava personaggi e annodava intrecci: fu lei a dar modo a Eduardo De Filippo di scoprire e di mettere in luce le possibilità drammatiche che aveva in sé.

Si chiamava Paola Riccora (o meglio: così si faceva chiamare) ed è stata, in senso cronologico, la prima o una fra le prime donne-commediografe d’Italia.

Dopo aver tradotto in dialetto napoletano, per il mitico “Teatro Nuovo” (leggi qui), dal 1916 in poi, una sessantina di pochades, per lo più francesi (fra cui le ormai celebri ‘Nu mese ô frisco e La presidentessa), passò ad una produzione originale che le assicurò, in tutta Italia, molti anni di solida fama. La commedia che consentì a Eduardo De Filippo di affermarsi s’intitolava Sarà stato Giovannino; ma altre ancora ne scrisse per Eduardo; e altre ne fornì a Raffaele Viviani, a Ettore Petrolini, a Dina Galli, a Paola Borboni.

Il segreto di Eduardo racconta l’incredibile storia di Paola Riccora  alias Paolo Riccora

Paola_riccola_ casalinga-rivelò-eduardoEmilia Vaglio detta Paola Riccora. Nacque, in via Foria, il 23 ottobre 1884, e suo padre, l’avvocato Nicola Vaglio, previde per lei, ultima di sette figlie, il solo avvenire che, a quell’epoca, sembrava possibile per una donna: il matrimonio; sicché, piuttosto che tenerla agli studi, si pensò ad accumularle il corredo. La ragazza, insomma, frequentò regolarmente solo le elementari; poi studiò privatamente, come appunto si usava allora in certi strati della borghesia, e l’unico svago che le venne concesso, nella vasta casa di via Foria, fu quello di organizzare delle recite.

Il ciclo programmato di Emilia sembrò compiuto nel 1904 quando lei, ventenne, sposò Caro Capriolo fresco di laurea andando ad abitare a Capodimonte. Nacquero due figli: Gino e Renata. E se da ragazza Emilia si era conquistato il diritto di esibirsi in filodrammatiche, da donna sposata dovette accontentarsi di andare a teatro un paio di volte alla settimana, sotto il braccio del marito.

Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, l’avvocato Caro Capriolo fu richiamato alle armi; lo arruolarono nella Croce Rossa, per sua fortuna, ma naturalmente dovette chiudere lo studio legale.

“Mia madre faceva di tutto pur di non farci mancar nulla. Cuciva l’intero giorno affinché io e mio fratello potessimo stare sempre in ordine e anzi mi ricordo che, afferma la figlia, ad a un certo punto, comprò della finta pelle e si mise perfino a fabbricarci le scarpe. Tutto questo, però, non bastava. Mia madre si vide nelle condizioni di mettersi a cercare un lavoro. E chi conosceva lei? Conosceva la gente di teatro, cioè i clienti di papà. Andò a chiedere lavoro a Eugenio Aulicino, l’impresario del “Teatro Nuovo”.

“Aulicino, sebbene dopo molte perplessità, disse che l’unico incarico che poteva affidarle era quello di tradurre delle pochades dal francese, e di adattarle al dialetto e alla realtà napoletane. Se la sentiva, lei, di provare? Mia madre accettò”.

L’incarico, c’è da sottolineare, era dei più difficili. La scena napoletana si era nutrita a lungo di traduzioni e riduzioni di pochades: su esse aveva basato la sua fortuna Eduardo Scarpetta; e Scarpetta, anche se non più mattatore, era ancora lì, vivo e vegeto.

Emilia Vaglio se ne tornò a casa, quella sera, col testo francese di Vingt jours a l’ombre, una pochade di Hennequin e Veber. Mise a letto i suoi bambini, li baciò e andò a sedersi dinanzi a una scrivania.

Col titolo napoletanizzato di ‘Nu mese ô frisco, la pochade andò in scena, al “Teatro Nuovo”, il 26 febbraio 1916 e fu, come si dice in gergo teatrale “un trionfo”. Gennaro Di Napoli, Carlo Pretolani, Francesco Corbinci, Alfredo Crispo, Raffaele Di Napoli, Maria Dolini ottennero applausi lunghissimi, ma quando il pubblico incominciò a scandire la parola “autore”, sul palcoscenico non si presentò nessuno. «Il signor Paolo Riccora è assente da Napoli», spiegò Aulicino. Emilia Vaglio, infatti, aveva firmato la sua “riduzione” col nome maschile di Paolo Riccora, che era poi l’anagramma di quello del marito Caro Capriolo.

Altre ne seguirono e con loro i trionfi, eil mistero di Polo riccora, incuriosì tutti, giornali e caffè parlavano di questo misterioso autore,  finchè la grande Matilde Serao, volle vederci chiaro e fu lei a scoprire il mistero, Paolo Riccora era una donna.

Matilde Serao, ad un certo punto fece la grande rivelazione: Paolo Riccora era lo pseudonimo di una madre di figli. Dopo questa rivelazione, Emilia Vaglio decise di firmare le commedie non più col nome di Paolo Riccora, bensì con quello di Paola Riccora, cioè al femminile.

Commediografa ormai del tutto autonoma, Paola Riccora scrisse È arrivato l’accordatore per Ettore Petrolini, scrisse Mater purissima Per Bella Starace Sainati e scrisse altre e altre commedie per le maggiori compagnie dell’epoca.

ARRIVA UN GIOVANE ALTO MAGRO E DAL VOLTO SCAVATO

Nella quieta casa di via Carlo Poerio entra, un giorno, un giovane alto, magro, dal volto scavato. Si chiama Eduardo De Filippo, e si porta appresso un fratello e una sorella, Peppino e Titina. Ma cosa vuole questo giovane attore dalla signora Riccora“Voglio ‘na cummedia, donna Paola. Avete qualcosa nel cassetto?”.

itre De Filippo, e in particolare Eduardo, erano alla ricerca di un testo più robusto, possibilmente dai risvolti anche drammatici.

Sarà stato Giovannino fu la commedia che Paola Riccora diede in lettura a Eduardo e di cui Eduardo s’innamorò. Narrava le vicende, meschine, di una piccola famiglia della borghesia che infierisce contro un parente povero, Giovannino appunto, cui si elargiscono vitto e alloggio ma cui si attribuiscono ogni sorta di malefatte. E quando il vezzeggiato figlio di famiglia avrà messa incinta la cameriera, allora no, nessuno penserà ad incolpare Giovannino; ma sarà lui, stavolta, ad assumersi una responsabilità non sua: «So’ stato io!».

La commedia fu rappresentata al “Sannazaro” il 4 febbraio 1933 e attirò, sui De Filippo come su Paola Riccora, anche l’attenzione della critica più avvertita; e anzi particolarmente favorevole fu il giudizio di Renato Simoni. Ma, cosa essenziale, tramite Sarà stato Giovannino, Eduardo De Filippo ebbe modo, finalmente, di farsi conoscere in un ruolo che non era soltanto farsesco.

L’anno seguente, 1934, Paola Riccora fornì ai De Filippo il testo di Angelina mia, e il successo si ripeté puntuale. Minori consensi riscosse, invece, La bottega dei santi, che la Riccora ricavò da una novella di Matilde Serao.

Eduardo era molto grato a quella “casalinga” ecco un stralcio di una lettera inviata del grande commediografo alla signora Riccola:

paola riccola“Carissima D. Emilia, che diavolo avete combinato? Non c’è che dire: ce ponno cchiù ll’uocchie… L’invidia non ci lascia tranquilli. il successo è stato pieno sotto ogni punto di vista. Tutta la stampa d’accordo e finanziariamente è stato un vero trionfo. Trionfo che si ripeterà con Giovannino. Ho ricevuto una lettera del comm. dove mi diceva, per la prima di Giovannino un periodo poco propizio. Non è vero, perché la commedia avrà le repliche necessarie e siamo già d’accordo con l’impresa che si ripiglierà dopo il giorno di riposo cioè venerdì, poi ci saranno le doppie repliche e il vostro Giovannino potrà avere, grazie alle feste, un numero superiore di spettatori. Poi, credetemi, non ho pensato affatto alla Pasqua. Ho solamente tenuto conto del programma di Torino: Chi è cchiù felice ‘e me, Ditegli sempre sì e come terza novità Giovannino”.

 

La collaborazione fra Paola Riccora e Eduardo De Filippo s’interruppe nel 1936. E del resto alla scrittrice giungevano, incalzanti, le richieste di altre compagnie teatrali. Nel 1937 Raffaele Viviani le rappresentò Fine mese mentre Dina Galli le mise in scena Io e te, con Paolo Stoppa.

Continuò instancabilmente a scrivere, Paola Riccora, per il teatro napoletano. All’età di novantuno anni era ancora lì, di notte, nel suo studio di via Carlo Poerio, a rammodernare e correggere sue vecchie commedie: continuavano a chiedergliele da tutta Italia.

Morì il 20 febbraio 1976. 

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fonte: Vittorio Paliotti: Personaggi ed eventi curiosi e insoliti, testimoni della intraprendenza e creatività partenopee

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