La Bella Storia di Bruno Pesaola: “Sono un napoletano nato all’estero”

BRUNO PESAOLA, IL NAPOLETANO NATO PER CASO  ALL’ESTERO

Tre sono i cappotti di cammello famosi:

Quello di Alain Delon nel film “La prima notte di quiete”.

L´altro di Marlon Brando in “L´ultimo tango a Parigi”. Film del 1972.

Ma il primo, e il più noto a Napoli, fu il cappotto di cammello portafortuna di Bruno Pesaola, allenatore del Napoli, indossato sette anni prima di Delon e Brando e immortalato nelle foto al San Paolo.

Di : Gabriella Cundari.

La casa del “petisso”, all´ultimo piano di un edificio di via Michelangelo da Caravaggio, guarda l´altra Napoli, quella dei miti flegrei, il mare di Pozzuoli e lo stadio di Fuorigrotta.

Ha vissuto a Napoli 62 anni e di sé ha detto: “Sono un napoletano nato all’estero”, conquistato dalla città del golfo al punto da dedicarle otto anni della sua vita di piccola ala veloce per i cross ad Amadei, Jeppson e Vinicio, altrettante stagioni di gioie e tormenti agitandosi e fumando in panchina col Napoli di Sivori e Altafini e le squadre azzurre di storiche promozioni e salvezze, vivendo a Napoli la sua vita felice con Ornella Olivieri, la moglie perduta troppo presto, il suo dolore grande.

È rimasto per sempre tra noi «perché Napoli è un posto dove non ti senti mai solo…».Napoli fu un’immediata scelta d´amore.
Arrivò a 27 anni, nell´estate del 1952. Nel Novara mandava in gol il vecchio Piola, e lo volevano il Milan e il Napoli.

Ornella, miss Novara, la ragazza bellissima che stava per sposare, gli disse: «Andiamo a Napoli». Lei conosceva “la città fantastica” perché c’era stata spesso: suo fratello lavorava alla Siae di Pozzuoli. «A Napoli – rispose il Petisso – viaggio di nozze e squadra». Tra Capri e Positano concluse rapidamente la luna di miele e si presentò al Parker’s dov’era radunato il Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Eugen Vinyei, il terzino ungherese dal tiro potente, persino Manlio Scopigno di passaggio in maglia azzurra. Pesaola, Jeppson e Giancarlo Vitali furono gli acquisti di Lauro per un tridente offensivo memorabile.

Nella famiglia azzurra entrò un amico. Questo fu subito Pesaola, cuore dolce, uomo generoso, argentino allegro, napoletano col cuore azzurro.
«Napoli è come il quartiere della Boca, a Buenos Aires. Colori, gente, chiasso, allegria, favola, canzoni. Ma qui c´è il mare e là c´è solo un canale, il Riachuelo. Io sono di Avellaneda, che è una provincia di Baires.

Mio padre, Gaetano, era un calzolaio di Montelupone, in provincia di Macerata, emigrato dopo la prima guerra mondiale. In Argentina sposò una spagnola di La Coruna, Inocencia Lema. Avevo un fratello, Giordano, più grande di me di sette anni. Mamma mia, come giocava al calcio! A vent´anni, facendo il militare a Cordoba, il rinculo di un cannone gli distrusse una gamba, più di dieci fratture.

Giordano mi portava a giocare nei campetti della provincia e mi insegnò a calciare di sinistro. Andai a provare per le giovanili del River Plate. Cercavano un mancino. Avevo 14 anni. L´allenatore era il grande Cesarini, personaggio straordinario, uomo di calcio, un maestro, boxeur di strada da ragazzo e acrobata in un circo, grande ballerino di tango. Anche lui marchigiano, come mio padre. Era di Senigallia. Giocai con Di Stefano nelle riserve».

«A Roma, dove ho giocato tre anni, mi sono divertito, ma Napoli mi ha preso il cuore. A Roma andavo a vedere le riviste. Diventai amico di Dapporto e Rascel. Walter Chiari mi volle nel film “L’inafferrabile 12”, poi ho fatto “L’inafferrabile 13” con Dapporto. Pellicole sul sogno del Totocalcio. Tata Giacobetti del Quartetto Cetra voleva farmi sposare sua sorella. Venni al Napoli dal Novara che incassò 33 milioni, io presi sei milioni di ingaggio per due anni.

Ne prendevo uno e mezzo all´anno a Novara. Lo stipendio era di 120 mila lire più i premi. Con l’ingaggio comprai una casa all’Arenella, in via Giacinto Gigante, all´ultimo piano».

Anni Sessanta. Il “Ragno d’oro”, al Vomero, divenne il nostro seminario del calcio. Orario delle lezioni dopo cena, da mezzanotte alle quattro del mattino. Là il “Petisso” allenava i giornalisti. Siamo cresciuti con l´immancabile cantilena con cui apriva le lezioni.

«E Munoz, e Moreno, e Pedernera, e Labruna, e Loustau…Monzeglio era un gran signore. Diceva: tu giochi terzino, tu mediano, tu marchi, tu fai il cross. La tattica era tutta qui. Un giorno, Elia Greco gli chiese: mister, io che faccio? E Monzeglio: ti hanno preso e non sai che cosa fare? Fai il terzino, no? A Michelangelo Beato, massaggiatore dalle mani d´acciaio e dal cuore d´oro, Comaschi faceva scherzi più di tutti. Beato ci rincorreva con un rasoio in mano».

Era il calcio allegro ai tempi del “Petisso”.

«Lauro veniva a giocare a scopa con noi. Mille lire a partita. Io e Comaschi lo facevamo vincere, e lui era contento. Una volta gli chiesi un prestito per aprire un’attività commerciale a Sanremo dove c’erano i parenti di mia moglie. Mi disse: vediamo. Credetti che volesse prendere tempo per non darmi nulla. Invece, s´informò perché non prendessi una bidonata e, quando ebbe le assicurazioni giuste, mi diede i soldi».

«Nel 1956 andammo a San Siro e battemmo il Milan di Schiaffino che avrebbe stravinto il campionato. Nel primo tempo 5-0 per noi. Feci due gol al grande Buffon, due li fece Vinicio e uno Posio. A un certo punto, Beltrandi fece un tunnel al Pepe, a Schiaffino. Mi sembrò un oltraggio. Rincorsi Beltrandi e gli diedi uno schiaffone. Così impari a rispettare i campioni, gli dissi».

Da giocatore, Pesaola disputò 231 partite al Vomero e 9 al San Paolo. «Il trasferimento a Fuorigrotta fu uno choc. Il Vomero era piccolo, col pubblico addosso, era uno stadio familiare, conoscevamo quasi tutti i tifosi. Il San Paolo era un´immensità. E ci toccò inaugurarlo contro la Juve di Sivori, Charles e Boniperti. Ci facemmo coraggio e vincemmo 2-1, gol di Vitali e Vinicio…. Mi inventai rigorista a metà del campionato ‘56-’57 contro il Torino al Vomero. Avevo segnato il gol dell’1-1. Avemmo un rigore al 90′ e nessuno voleva tirarlo. Io ero il capitano della squadra e l’arbitro mi disse di sbrigarci altrimenti avrebbe fischiato la fine e, poiché ero il capitano, mi intimò di calciare il rigore. Per fortuna feci gol. Dopo, segnai altri quattro rigori. Quando sbagliai il quinto, dissi che non ne avrei tirati più».

Fra campo e panchina col Napoli, il “Petisso” totalizzò 531 partite (240 da giocatore). Cominciò ad allenare la Scafatese in IV serie, stagione ‘61-62. A metà campionato, col Napoli quartultimo in serie B, allenato da Fioravante Baldi, Lauro lo chiamò sulla panchina azzurra. Era febbraio. Il presidente della Scafatese, Romano, lo lasciò libero dicendogli: «Segua il suo cuore».

Riportò il Napoli in serie A, la prima impresa, fumando 40 sigarette a partita. Il secondo posto del ‘68 fu un traguardo che non era mai stato raggiunto dal Napoli.Il “Petisso” è stato il primo allenatore del Napoli a vincere un torneo internazionale, la Coppa delle Alpi 1966. La vinse con un trucco. Il Napoli era in un girone e la Juve nell’altro con squadre svizzere. Ultima giornata con le due italiane a pari punti. Nell’intervallo della gara contro il Servette a Ginevra, col Napoli in svantaggio 0-1, il “Petisso” fece annunciare dall’altoparlante che la Juve stava vincendo la sua partita a Losanna e stuzzicò Sivori: «Lasci la vittoria al tuo nemico Heriberto, bella figura!». Cominciò la ripresa e Omar si scatenò mandando in gol Canè, Bean e Montefusco. Il Napoli stravinse (3-1) e conquistò il trofeo. In realtà, la Juve stava perdendo a Losanna e finì sconfitta.

Emigrò a Firenze dove vinse lo scudetto, ma il suo cuore era sempre a Napoli. Per tornare si cacciò in un maledetto imbroglio. Aveva firmato un compromesso per passare all’Inter, mentre era legato alla Fiorentina, ma non resistette al richiamo di Ferlaino firmando un impegno col presidente azzurro. Lo fece a un patto: gli acquisti di Mazzola e Domenghini, in rotta con l´Inter, più Amarildo che avrebbe portato da Firenze. Ferlaino non acquistò i tre giocatori e Pesaola rifiutò di venire a Napoli.

Ferlaino lo denunciò per i tre impegni sottoscritti contemporaneamente. Il presidente della Federcalcio Franchi, toscano, lo graziò della squalifica a vita imponendogli di rimanere a Firenze.

Tormentato da problemi di circolazione con due by-pass in una gamba che trascina, il “Petisso” non ha perso la grinta dei bei tempi, la risata “a salvadanaio” e la fedeltà assoluta alle 40 sigarette al giorno. E il cappotto di cammello, il portafortuna, dov’è ora? «Ce l´ho in un armadio per ricordo. Ma il cammello bisogna averlo in testa per vincere nel calcio».

Alla guida del Bologna, bluffò annunciando una partita di attacco a Bergamo che si risolse in un gara difensiva col predominio dell’Atalanta. Ai cronisti disse: «Noi volevamo giocare all’attacco, ma l’avversario ci ha rubato l´idea…». Al San Paolo, per accontentare il pubblico, con le mani spingeva il Napoli ad andare avanti, ma contemporaneamente ai giocatori urlava di stare indietro e difendersi.

Caro “Petisso”, una vita insieme e ci vorrebbe un libro per raccontarla tutta. «Non dimenticarti i miei mille gol», dice. Mille, quando mai? “Mille, come Pelè. E allora… Giocavamo a San Siro contro l’Inter. Rubai la palla al terzino Fongaro e la scaraventai nell’angolino alto alla destra del portiere Matteucci. Quel gol è diventato mille gol perché per molti anni fu proposto come sigla alla “Domenica sportiva”.

(Da “Ma che ne sapete, voi…”.di Mimmo CarratelliStorie di Calcio • email info@storiedicalcio.itil FOOTBALL

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