LO SAPEVI CHE: IL VOMERO NASCE NEL 1884, IN SEGUITO AD UN EPIDEMIA

Il Vomero nasce nel 1884. L’appendice moderna della città, nasce nella seconda metà dell’Ottocento in risposta ai piani di ampliamento messi a punto con la ‘bonifica’ conseguente all’epidemia del 1884.

Di: Antonello De Biase

Il Vomero nasce nel 1884

Il Vomero, appendice moderna della città, nasce nella seconda metà dell’Ottocento in risposta ai piani di ampliamento messi a punto con la ‘bonifica’ conseguente all’epidemia del 1884.

L’estensione odierna, le dimensioni fuori scala maturate tra secondo dopoguerra e anni Settanta del Novecento (una autentica ‘città fuori centro’, isolata sostanzialmente dalla metropoli, se non per le funicolari, fino all’apertura della linea 1 della metropolitana, “scendo giù a Napoli” si diceva…) sono il punto di arrivo della ‘fusione’ di tre villaggi antichi: Vomero, Case Puntellate, Antignano.
Oltre che con l’Arenella (condivide via Case Puntellate, via Pigna, largo Antignano, via San Gennaro a Antignano, piazza Leonardo), confina con Avvocata e Montecalvario (piazza Leonardo, crocevia dei quattro quartieri), Chiaja (via Tasso, via Palizzi), Fuorigrotta (via Vicinale Fosso Santo Stefano), Soccavo (via Vicinale Cupa San Domenico).

“isolati casolari, masserie e sparse ville punteggiavano la vasta area, mentre più fitti agglomerati costituivano i villaggi del vomero, case puntellate, antignano, arenella, e due porte…”

[giancarlo alisio, 1987]

Storia del Vomero

Il nome ‘vomero’ rimasto alla collina in epoca moderna deriverebbe proprio dall’aratro. Il ritrovamento di reperti archeologici lungo questo tracciato antico alternativo ai tragitti costieri fra Napoli e Pozzuoli, in direzione di Roma, testimonia la presenza di nuclei abitati ad Antinianum (Antignano) già in epoca romana. Si tratta in realtà del decumano superiore che si inerpica per le colline lungo via Tarsia, via Salvator Rosa, fino a raggiungere e superare il centro di Antignano e, a seguire, il Vomero; un insediamento urbano che, dalla dorsale della collina, sormonta il borgo antico di Chiaja, già rilevato e descritto dalle fonti latine, mentre le testimonianze più ‘recenti’ sul Vomero risalgono al Medioevo (definito Paturcium o collina di Patruscolo e, in seguito, per la parte più a valle, ‘monte Olimpiano’).

Sulle origini del nome, l’ipotesi più attendibile è ancora quella riportata da Carlo Celano: “tutta questa montagna viene detta Antignano, e vogliono alcuni che debbasi dire Antoniano, essendo stata villa di Antonio Imperatore; ma il più vero si è che prende il nome dal lago di Agnano, dovendosi dire Ante-Agnanum, perché anticamente, ed anche al presente, da chi non vuole andare per la grotta da qui si va al lago suddetto” (Carlo Celano, 1692).

Il casale, per quanto di ‘transito’, è dunque un luogo centrale della civiltà romana nella regione.

Non minore fama gli hanno meritato le cronache sacre. La tradizione popolare vuole che di qui sia passato il corpo di san Gennaro, trasferito da Pozzuoli a Napoli, come confermerebbero le testimonianze diffuse della toponomastica intitolata al patrono: vicino alla chiesa di San Gennaro ad Antignano (all’angolo con via Conte della Cerra), nel luogo dove sarebbe transitato il corpo del Santo, esiste ancora un’edicola in memoria dell’avvenimento; per non parlare della chiesa di San Gennariello (documentata già nel 1000), oggi San Gennaro o Piccola Pompei, in via Filippo Cifariello, ancora monumento in memoria del miracolo dello scioglimento del sangue, verificato per la prima volta proprio ad Antignano.

Modifiche e urbanizzazione del vomero

È il luogo di origine del pittore Salvator Rosa (1625) – nato in una casa a fronte della chiesa di Santa Maria del Soccorso –  cui è dedicata la statua (di Achille d’Orsi, 1871) al centro di piazza Francesco Muzii.

La larga prevalenza di braccianti, contadini e piccole comunità di artigiani e commercianti, analogamente a tutte le periferie extraurbane, l’aria salubre e le attrattive naturali hanno promosso i villaggi, a partire dal XV secolo, a luogo di villeggiatura delle famiglie aristocratiche.

Dal 1472, l’umanista Giovanni Pontano anima una villa famosa, descritta nelle guide antiche della città, situata in largo Antignano, della quale testimoniano oggi alcuni ruderi nella parte centrale di un edificio costruito nel 1818.

Il processo di urbanizzazione è ancora embrionale. Nel corso del XVI secolo, il paesaggio affacciato sul borgo di Chiaja si presenta ancora intatto e ricco di vegetazione, con poche ville e piccole masserie: uniche emergenze edilizie i baluardi di Castel Sant’Elmo e il ritiro monastico della Certosa di San Martino (entrambi di fondazione angioina), sulla sommità della collina.

Dal 1532 al 1553 il viceré Pedro de Toledo intraprende l’ampliamento delle mura , in conseguenza anche del provvedimento che impone ai nobili di lasciare le rocche nei feudi troppo lontani dalla città (e, di conseguenza, poco controllabili dalle autorità di governo), e di trasferirsi in residenze della capitale.

In stretto rapporto con l’estensione del perimetro urbano, i bandi e le prammatiche che, a partire dal 1565, vietano ogni costruzione a ridosso della cinta muraria, avviano la trasformazione graduale degli antichi borghi in aree residenziali vere e proprie, grazie anche all’apertura dell’Infrascata (via Salvator Rosa), nel 1560. Non è un caso che già nel 1566 si debba porre un argine, vietando la costruzione di edifici lungo le pendici di San Martino, per mantenere libera l’area intorno a castel Sant’Elmo.

Nel corso del Seicento, continua la ‘moda’ delle ville aristocratiche, dei ‘casini di delizia’ architettonicamente semplici ma con loggiati ampi e giardini, coltivati con alberi da frutto e con statue e fontane. Tra gli insediamenti più celebri del XVII secolo, la villa del mercante fiammingo Ferdinand Vandeneynden, oggi inglobata in strutture moderne (villa Belvedere), committente e collezionista di artisti di fama.

Dal 700 i lavori più importanti

Le piante settecentesche della città (a partire dalla cartografia di riferimento del duca di Noja) evidenziano ancora un ambiente sostanzialmente integro, con i giardini lungo l’Infrascata e la ‘via del Vomero’ (nella parte di via Annella di Massimo), che, attraverso Antignano, collega all’Infrascata e si prolunga fino ai villaggi di Villanova e Santostrato, a Posillipo), mentre collegamento principale tra il Vomero e il borgo di Chiaja resta calata San Francesco.

Nel 1817 Ferdinando I affida ad Antonio Niccolini la ristrutturazione in grande stile della villa che ha acquistato dagli eredi di Cristoforo Saliceti, ministro della polizia durante il regno di Gioacchino Murat, per donarla alla moglie morganatica Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, da cui il nome di Floridiana, primo intervento di rilievo della zona.
Più in generale, a partire dal decennio francese, ha inizio la catena ininterrotta di mutazioni urbanistiche che avrà il primo passaggio cruciale tra fine secolo e inizio Novecento, con il piano di ampliamento cittadino dei quartieri Vomero e Arenella, più volte richiamato.

Dalla metà del XIX secolo, per iniziativa della Società del Risanamento, Vomero e Arenella – raggiungendo Cappella Cangiani fino alla collina dei Camaldoli – imboccano la strada che prelude alla fisionomia dei nostri giorni.

I lavori iniziano nel 1885, alla presenza dei reali e del ministro Depretis. La concessione della maggior parte del terreno viene conferita alla Banca Tiberina, che abbandona poi l’impresa (1889-1899) per fallimento, cedendo quanto già realizzato alla Banca d’Italia, con conseguente arresto temporaneo dei lavori.

Gran parte dell’impianto viario del quartiere, via Luca Giordano, via Scarlatti, piazza Vanvitelli, via Morghen, e il tratto superiore di via Bernini, è già realtà; tutto intorno si articolerà una maglia a scacchiera fitta, con il risultato di oscurare progressivamente grandi porzioni della prospettiva paesaggistica.

La funicolare unisce il Vomero a Napoli

Fanno eccezione a questa dilapidazione: le piccole ville sorte alle spalle della trama umbertina, aperte sul panorama con giardini, vetrate, bow-windows; insediamenti più fantasiosi, come la ‘Santarella’, costruita nel 1909 in via Luigia Sanfelice per Edoardo Scarpetta, in simbiosi sapiente con l’orografia della collina (“qui rido io” recita l’iscrizione emblematica sulla residenza); e le soluzioni liberty di ascendente europeo, con particolare debito alla scuola viennese, ideate da Adolfo Avena nei palazzi di piazzetta Fuga e in villa Spera, ora Giordano, in via Tasso.

Intanto i collegamenti con la città spalancano nuove vie d’accesso: le funicolari di Chiaja (15 ottobre 1889) e Montesanto (30 maggio 1891) , stazioni in stile liberty, demolite e ricostruite in tempi recentissimi, e, nel 1928, la funicolare Centrale .

Finalmente, dopo il piano di ampliamento del 1911, i cantieri riaprono con la grande esedra ottogonale (piazza Medaglie d’Oro) e la maglia ortogonale di strade che irradiano in breve tempo.
Nel 1914 il Piano Regolatore, opera dell’ingegnere Francesco de Simone, imperniata sulla divisione del tessuto urbano in cinque aree di espansione dell’edilizia borghese, signorile e alberghiera, raccomanda per la zona Vomero-Arenella la salvaguardia della fascia verde a valle di via Belvedere – da via Aniello Falcone a Salvator Rosa – tra Floridiana e Sant’Elmo, un’attenzione alla salvaguardia del verde superstite destinata a resistere ancora per qualche decennio.

Con la ‘ricostruzione’ del dopoguerra, la speculazione edilizia senza controllo consentita dalla nuova amministrazione cittadina (1952-1958), ‘sommerge’ definitivamente gli antichi borghi, tramutati in aggregati residenziali ad altissima densità di popolazione e bazar commerciali; solo negli ultimi anni, una politica di riqualificazione urbana e ‘pedonalizzazione’ – via Scarlatti e, dal novembre 2008, via Luca Giordano – ha iniziato a porre rimedio, con il recupero e la valorizzazione delle rare aree verdi residue: parco Viviani, parco Mascagna, Parco dei Camaldoli, Parco del Poggio ai Colli Aminei…

Napolixquartiere.

Exit mobile version