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Goka: “Il Napoli di Sarri ha detto no al potere della Juventus”

Il Napoli di Sarri ha detto no al potere della Juventus. Chi ha potere ne abusa. La juve era pronta da un pezzo. Il potere politico dei bianconeri e i meriti del Napoli. La stampa e i soliti luoghi comuni.

IL POTERE DELLA JUVE

Elio Goka, ha pubblicato un bellissimo articolo su Fantagazzetta. Ecco cosa scrive il giornalista.

Chi ha potere ne abusa. Fa parte della meccanica del suo godimento. Non è la Juventus che ha adeguato un sistema a se stessa. Non si tratta di una manipolazione originaria. È il sistema che l’ha inevitabilmente selezionata, come in un grande e sottile conflitto naturale. La Juve era pronta da un pezzo. Da quando è stata ideata e messa in pratica ancor prima che il calcio come è oggi fosse meno che un’idea tutta ancora da sperimentare. Se gli altri club non hanno più forze identitarie che riescano a rappresentarle e a condurle a gestioni in grado di fronteggiare chi invece ha sempre saputo come “maneggiare” il calcio e continua a farlo conservando la sua identità dinastica, allora la deriva dittatoriale diventa inevitabile. Non va trascurato che ci è voluto un processo giudiziario nazionale per interrompere un dominio che oggi, senza calciopoli, probabilmente conterebbe qualcosa come tra i sedici o i diciassette scudetti consecutivi. Una sequenza che da una parte viene definita leggendaria da chi non ha altri occhi per questa connaturata e antica ammirazione e dall’altra viene osteggiata da chi trova conforto e consolazione in una contestazione non del tutto infondata, ma, probabilmente, anche disorientata.

LE SQUADRE VINCENTI

Il Milan vincente è stato tale quando ha potuto contare su una struttura societaria forte economicamente, ma poggiata su una guida identitaria, di appartenenza, oltre che di grande influenza politica. L’Inter di Moratti ha conseguito i suoi successi grazie a un presidente che si è speso (in tutti i sensi) per portare il suo club ai massimi livelli. E la guida degli anni di Moratti è stata caratterizzata da un senso molto forte di appartenenza e identificazione, fino ai limiti di una sorta di tifo economico e gestionale. La Roma di Viola ha vinto perché fondata su un impianto societario compatto e presieduto da un leader carismatico, da un Dino Viola figura di spicco di quegli anni. Idem per la Sampdoria di Mantovani. Per la Roma di Sensi e la Lazio di Cragnotti il discorso potrebbe relativamente valere allo stesso modo, sia pur con considerazioni diverse. Il Napoli di Maradona, degli scudetti, della Coppa UEFA e dei trofei ha vinto non soltanto perché aveva il più grande calciatore del mondo, ma perché la costruzione stessa di quel ciclo fu fondata su una compartecipazione politica e finanziaria ampia e radicata, senza contare quanto fosse forte, al di là delle vicende successive, il pathos di Ferlaino nella conduzione di quella società che ha avuto direttori sportivi potenti e che aveva uno tra i migliori settori giovanili d’Europa. Evidentemente, il fattore “sanguineo” non è da trascurare in un sistema calcio in cui fondamentalmente, come in ogni fenomeno economico e politico, soprattutto di grande valore finanziario (di notevoli opportunità) e di forte competitività, si riduce a una lotta tribale da cui qualcuno uscirà vincitore e imporrà il proprio dominio.

I MEDIA

Il calcio internazionale ha totalizzato se stesso, eleggendo una élite finanziaria di club privilegiati. Fair play finanziario, conti e bilanci hanno avuto pesi e misure diverse. Il sistema industriale del pallone in questa complessa e perversa selezione naturale ha creato una linea d’ombra satellitare formata da compagini borderline, in equilibrio tra l’avvicinamento al successo e l’impossibilità di raggiungerlo. In Italia questo andamento ha condotto a un’atrofizzazione della competizione, facendo della Juventus un rituale a cui gran parte dei media, pay tv, stampa garantiscono una considerazione differente, che non proviene soltanto dall’ammirazione per chi vince, ma da una necessità di non turbare questo garantismo che, questa è la sensazione, se fosse messo in discussione rischierebbe di destabilizzare una scelta precisa e necessaria.

LUOGHI COMUNI

Uno sfinimento anche il commentario collettivo, condito dai soliti luoghi comuni e dalle solite osservazioni che si ripetono e si ripetono seguendo un protocollo che il giorno dopo non disdegna di contraddire quello che è stato detto il giorno prima. Una dialettica frivola e desolante da parte dei media che non affrontano i temi, ma li mandano in scena. Ovviamente questa situazione non può essere ragione di sfoggio per chi impera con questo sistema di potere. Derubricare a merito un’anomalia (oramai passata a rango di consolidazione) che da anni, anche da quello che si legge da molte uscite giornalistiche di opinione, persino nella stessa psicologia collettiva, riconosce come meritevole “l’uso della forza” nella ricerca della vittoria a tutti i costi, di fatto significa assicurare sostegno intellettuale a una visione delle cose deprimente, perché non rappresenta quella che viene fatta passare per competizione, ma garantisce soltanto un risultato scontato e prestabilito. E poi, niente è più totalizzante e spietato della cultura della vittoria a tutti i costi. Un modo di affrontare le passioni che in altri fenomeni ha trasformato quegli stessi fenomeni in qualcosa di terribile. Durante la gara del Meazza, in cui l’Inter ha dato prova di grande carattere, a tratti di stoicismo, la percezione ha fornito un elemento che non può essere provato, ma soltanto rimesso alla sincerità di una sensazione. Al di là dell’arbitraggio, lo sfinimento che ha portato al crollo finale dei nerazzurri è stato accompagnato da una latente inesorabilità degli eventi.

IL NAPOLI DI SARRI

Il Napoli in questo campionato ha avuto il grande merito di superare questo sfinimento, questa arrendevolezza funzionale. Restano emblematiche le parole, a volte dirette altre indirette, di chi preferisce che vinca la Juve, affinché l’insuccesso altrui diventi consolatorio per il proprio. Anche questo ha contribuito a eleggere nella maniera peggiore possibile un avversario storico a “Costituzione” nazionale, a Grundnorm di una desolante e conveniente consolazione. Un pianto e un non riso di Atene e di Sparta. Una serie A colonica. Il Napoli a tutto questo si è ribellato, giocando il miglior calcio e arrivando persino a battere la Juventus nel suo stadio (senza contare i quasi trenta punti conquistati in rimonta). Ma non è bastato. Il merito non si realizza da solo. Questa è una favoletta, un luogo comune della pedagogia spicciola. La realtà è un’altra cosa. Una realtà della quale dovrebbe prendere una più profonda considerazione anche la SSC Napoli, in cui appaiono ancora evidenti certe incompatibilità “culturali” tra dirigenza e guida tecnica. De Laurentiis e Benitez si sono parlati con linguaggi diversi. De Laurentiis e Sarri pure. E, a proposito di dialogo e linguaggio, non sarebbe esagerato avanzare un certo imbarazzo davanti all’atteggiamento di una buona parte della stampa, anche e soprattutto quella napoletana, dopo la partita con la Fiorentina. Svanito il “sogno”, inutilizzabile il canto di questo sogno, si è passati subito alla cronaca anticipata dello smembramento di quest’organico, previo passaggio delle consegne da parte di Sarri e con tanto di sbrigativo congedo a quel sogno. A volte il peggio si coltiva in casa.

LACRIME DI ALLAN

Non sarebbe inutile, principalmente per il calcio a Napoli, ma anche per il calcio nazionale, ricordare e tenere a mente più a lungo quanto visto in questo campionato (ma non succederà, perché questo calcio industriale ha bisogno di rimuovere e di riprodurre il suo nuovo al sapore stantio). Sarebbe utile per ragioni più sottili, anche da affiancare a quella contestazione al potere, ampiamente inteso. Invece, tutto passerà, tutto si disattiverà in un archivio che di tanto in tanto farà spuntare fuori vecchie e altrettanto stantie recriminazioni, e tutto sarà digerito con l’ennesimo elogio di Stato. A torto o a ragione? Domanda che resta, risposta che non arriverà. E questo, in fondo, è il meccanismo che ha stancato di più. La forma e sostanza che non si mette in discussione, non si processa, non si affronta. Un danno all’intelligenza e alle passioni. Giocare con le passioni è un’azione di viltà, a tratti parassitaria, da qualunque direzione provenga. Non ci si deve vergognare, non devono farlo i napoletani, di riconoscere il valore alle lacrime di Allan, alla malinconia di Sarri e alla generosità di Insigne, a coronamento di un lavoro che ha vinto solo per se stesso e per chi lo ha saputo apprezzare. E, aspetto non del tutto casuale, forse questo campionato, che non sappiamo se sarà ripetibile, avrà un senso e un valore proprio nella sua unicità.

DAVIDE ASTORI E IL VESUVIO

Diversamente, dovrebbero provare vergogna quelli che, dopo aver assistito all’omaggio dei calciatori del Napoli alla memoria di Davide Astori, durante la partita non hanno perso occasione per rimestare nei cori peggiori. Domenica pure i telecronisti lo hanno sottolineato con molto fastidio. Non è la prima volta. Anzi. La migliore vittoria per un tifoso di calcio è non essere costretto a provare vergogna, per sé o per la sua squadra. Ma a volte è una verifica che può avvenire soltanto in solitudine, senza esternazioni. Un po’ come nella vita. Ci sono forme di dignità che non sono fatte per tutti, che però sembrano quasi destinate a vivere una forma di imbarazzo, di strano pudore. Invece certe altre forme di tracotanza prevaricano con “bramatissimo” ardore. E non si chieda più di tanto a un calcio, quello italiano, finito pure in Cassazione.

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