Calcio Napoli e cultura Napoletana

Da una finestra di Palazzo Caputo Vittoria Aganoor raccontò Napoli

Vittoria Aganoor raccontò Napoli. Il decennio napoletano (1875-1884) è per la giovane poetessa  quello della consacrazione a protagonista dell’élite sociale e culturale internazionale.

Di: Gianluca Genovese CdM

 Vittoria Aganoor  il decennio Napoletano non e’ solo questo ma anche, giochi di seduzione anche arrischiati (se il sinologo Antelmo Severini lascia sfumare la propria infatuazione, lo scrittore Domenico Ciampoli minaccia pubbliche vendette e ritorsioni), degli ancora immaturi ma via via sempre meglio riusciti esperimenti poetici, in parte poi confluiti in Leggenda eterna, per Croce il «Canzoniere d’amore più bello mai composto da donna italiana».

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Nel salotto familiare di Palazzo Caputo, sul corso Vittorio Emanuele, la poetessa stringe amicizie durature, tra gli altri, con il commediografo Achille Torelli, che a lei per prima mostra i propri manoscritti, con il letterato e giurista Giorgio Arcoleo e, più tardi, con Salvatore di Giacomo.

Nell’ultima lettera spedita a Fogazzaro (22 novembre 1909), la poetessa ormai malata certificava il ruolo nevralgico di questa equazione, nella memoria e per la pratica letteraria: «Fu in Napoli che lo lessi per la prima volta [Malombra], e insieme alle scene dolci o tragiche del Lago, o dei Bastioni, traverso i dialoghi del buon prete e de suoi ospiti o di Silla e di Edith ecc. io rivedevo la finestra di quella mia stanza lassù che dava su un vallone delizioso del Vomero, e risentivo quell’aria di primavera che veniva dall’esterno e di quell’altra primavera che era nell’anima mia, e nel mio sangue giovane. Quanta melanconia al confronto!».

Se la finestra, come si sa, è un topos poetico di lunga durata, ed è persino superfluo sottolineare la sua centralità nella tradizione letteraria napoletana, quella «finestra» di Palazzo Caputo restava associata nell’universo memoriale e simbolico della Aganoor ai propri primi convinti esercizi poetici.

Nel luglio del 1876, la giovane inviava a Giacomo Zanella, che era stato suo istitutore, «alcuni versi scritti l’ultima sera a Napoli» prima di una partenza, «fatti da una finestra da cui dominava tutta la città e il mare di lontano».

  A parte la semiotica del paesaggio, rurale e urbano, non solo nei versi ma nell’epistolario della Aganoor, uno dei più ricchi e interessanti della sua epoca. Nelle lettere è il paesaggio napoletano a farsi scena simbolica del flusso del vissuto: «Questa Napoli che un tempo mi pareva una luminosa, gaia, inebbriante città, tutta fiori e fragranze, coronata da un cielo unico, bagnata da un mare unico, mi sembra adesso una sporca, noiosa, polverosa e assordante bolgia».

La percezione del paesaggio della giovinezza muta allora radicalmente, costituendosi, come nell’amato Leopardi, quale «oggetto sostitutivo (concreto e simbolico) del dramma esistenziale». Alla contessa Marina Baroni Sprea scriveva infatti, pochi giorni dopo: «Andammo a vedere il giardino Magnaguti a Posillipo […]. Potemmo a tutto nostro agio girare per i viali deserti, e soffermarci a lungo dinanzi al meraviglioso panorama del golfo, delle ville sparse, della città più lontana e il Vesuvio infondo. Tutta quella bellezza ci pareva inutile ormai […]».

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