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Conte: «L’allenatore deve essere al centro. Voglio club dove si va per vincere, non per partecipare»

Antonio Conte torna a parlare della propria idea di calcio, di ambizione e del ruolo che un allenatore deve avere all’interno di una società. L’ex tecnico del Napoli lo ha fatto in una lunga intervista concessa a The Athletic a Londra, ripercorrendo anche le esperienze vissute in Premier League tra Chelsea e Tottenham.

Il punto di partenza è la necessità di rispettare la storia dei grandi club attraverso un unico obiettivo: provare a vincere.

«Se arrivi in un club la cui storia parla da sé – una storia fatta di trofei, scudetti e vittorie – puoi onorarla in un solo modo: avendo l’ambizione di riportare quel club a lottare per quegli obiettivi. So bene che ogni anno può vincere una sola squadra, ma devo portare nel cuore – e trasmettere ai tifosi, ai giocatori e ai dirigenti – quella scintilla, quella speranza che ti fa dire: “C…., possiamo vincere”».

Conte: «Mi piacerebbe riportare a splendere un grande club»

Nell’intervista a The Athletic, Conte spiega anche quale tipo di progetto potrebbe affascinarlo maggiormente.

«Ci sono molti club che hanno un po’ perso di vista la propria storia. Mi piacerebbe andare in una di queste società per rispolverare quel passato e farlo tornare a splendere. Club dove si respira pressione, dove sai perfettamente di non andarci solo per partecipare, ma per competere».

Una filosofia che Conte ha cercato di applicare durante tutta la propria carriera e che lo ha accompagnato anche nell’esperienza al Chelsea, culminata con la conquista della Premier League nella stagione 2016-17.

«Vincere non è facile, richiede fatica»

Conte insiste soprattutto su un concetto: per costruire una mentalità vincente è necessario accettare il lavoro e la pressione.

«È proprio questo il problema, ecco perché il duro lavoro è fondamentale. Vincere non è facile, richiede fatica».

L’ex allenatore del Napoli, parlando a The Athletic, torna quindi sulla successiva esperienza al Tottenham e racconta un episodio legato a Daniel Levy.

«Sono andato al Tottenham con l’ambizione di cambiare un po’ le cose. Ricordo che non stavamo vincendo o avevamo pareggiato una partita e ho mandato un messaggio a Daniel Levy. Lui mi rispose: “Non preoccuparti, vinceremo la prossima”. “Ma che diavolo…?”, continuavo a dirgli».

Conte prosegue spiegando cosa, secondo lui, rappresentasse il principale ostacolo da superare:

«I calciatori scelgono sempre la strada più facile, quella che li fa stare bene e richiede meno sforzo. La cosa che mi faceva impazzire era sentire chi mi stava intorno dire: “Il Tottenham non vincerà mai nulla”. Che sono dei perdenti».

«L’allenatore deve fornire direzione e visione»

Un altro tema centrale dell’intervista riguarda il ruolo dell’allenatore nel calcio moderno.

Conte prende come riferimento alcuni dei tecnici che hanno avuto maggiore influenza sulle rispettive società.

«C’è una direzione, c’è una visione. Arteta definisce la direzione, proprio come facevano Klopp e Guardiola. A mio avviso, l’allenatore deve essere al centro; deve essere importante. Se non sei contento, lo licenzi. L’allenatore deve fornire la direzione e la visione».

Un modello nel quale il tecnico non deve limitarsi a gestire la squadra, ma deve contribuire a indicare la strada dell’intero progetto sportivo.

Conte cita Fabregas e il Como

Nella parte conclusiva delle dichiarazioni riportate da The Athletic, Conte indica anche il Como come esempio del peso che un allenatore può avere all’interno di un progetto.

«Guardate Como. Cesc ha voce in capitolo».

Poi il riferimento al Paris Saint-Germain per spiegare come la semplice presenza di grandi campioni non sia sufficiente per garantire il successo:

«Al Psg non hanno vinto la Champions League con Mbappé, Messi e Neymar. Stiamo parlando dei migliori giocatori del mondo. Ma bisogna capire che ci devono essere equilibrio e affiatamento».

Il messaggio di Conte è dunque netto: talento e investimenti non bastano. Per vincere servono una direzione precisa, equilibrio, spirito di sacrificio e soprattutto un allenatore messo nelle condizioni di incidere realmente sulle scelte e sull’identità della squadra.